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» 2008-03-16 10:01
Gardner: dopo assassinio infiltrammo uomo in Br
(di Alessandra Baldini)

NEW YORK - Dopo l'assassinio di Aldo Moro gli Stati Uniti infiltrarono un uomo nelle Br: avvenne d'accordo con il governo italiano e si trattò di una "situazione marginale" che "non portò a nessuna informazione di rilievo": lo ha detto all'Ansa Richard Gardner, ambasciatore in Italia al tempo della strage di Via Fani. "In seguito al rapimento di Moro presi la posizione, e il consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezisnki era d'accordo con me, che non volevamo infiltrati nelle Br: se fossero stati catturati avrebbero alimentato le teorie del complotto, le tesi di chi sosteneva che i brigatisti erano strumenti della politica americana", ha spiegato Gardner. Fu un "caso unico". La decisione, "per fortuna", fu presa d'intesa con gli italiani. L'ambasciatore non ha voluto precisare l'identità dell'infiltrato se non per smentire che si trattò di Roland Stark, un personaggio ambiguo il cui nome venne fatto anni dopo in indagini di terrorismo e malavita: "Per quel ne so Stark era un criminale comune. Non faceva parte della Cia". Gardner, inviato di Jimmy Carter in Italia dal 1977 al 1981, alle teorie del complotto non crede e lo ripete nel trentesimo anniversari dell'agguato: "Chi continua a sostenerle si dimentica che all'epoca il presidente degli Stati Uniti era Carter, un uomo profondamente morale. Né lui né il capo della Cia Stansfield Turner avrebbero tollerato niente del genere". L'ex ambasciatore definisce "totali fantasie" le affermazioni di Steve Pieczenick, l'assistente segretario di Stato per l'amministrazione mandato a Roma dopo il sequestro, che ha sostenuto in un libro-intervista al giornalista francese Emmanuel Amara di "aver manipolato le Br". "Non c'é un grammo di verità in quel che dice. Pieczenick non aveva alcuna autorità per negoziare con le Br. Avendo una reputazione di psicologo, si era pensato a lui per leggere i comunicati delle Br e le lettere di Moro alla ricerca di indizi. Era una missione semplice: aiutare il governo italiano, compresi Francesco Cossiga e i suoi uomini al ministero dell'Interno, a capire dove Moro fosse tenuto prigioniero". La collaborazione non portò a nessun risultato concreto: "Purtroppo Pieczenick era una persona instabile. Non aveva capito il suo ruolo. Non parlava l'italiano, non sapeva nulla di Italia. Appena arrivato si fece nemici nel governo italiano e all'ambasciata. Dopo un mese Cossiga mi disse, è inutile, mandatelo a casa. Forse adesso è arrabbiato con me: con Hugh Montgomery, che all'epoca era capo della Cia a Roma, decidemmo di rispedirlo a Washington". Gardner era in Puglia con la moglie Danielle in visita ufficiale il giorno del sequestro. Fu il suo autista Pippo a portargli la notizia dell'agguato di Via Fani. "Danielle e io venimmo riportati immediatamente a Roma su un volo militare. Fu il momento più difficile della mia esperienza in Italia", ha rievocato l'ex diplomatico: "La mia prima preoccupazione fu per la sicurezza del Paese, poi per il personale della nostra ambasciata. C'erano state minacce nei miei confronti, ma io ero protetto: non così le 800 persone che lavoravano nelle nostre sedi diplomatiche". Gardner considerava Moro un amico: "Avevamo avuto quattro lunghi incontri cordiali e amichevoli". La miglior prova del rapporto che legava lo statista italiano e il diplomatico americano sta, a suo avviso, in quel che Moro scrisse nel Memoriale trovato nel covo di via di Monte Nevoso: "Le Br volevano che dicesse peste e corna dell'ambasciatore americano, lui disse invece che eravamo veramente amici". Moro - ricorda Gardner - non voleva fare il compromesso storico: "Non era un filo-comunista, era stratega brillante. Come me pensava che nel Pci, oltre a leader come Giorgio Napoletano con cui poi diventammo amici, c'erano troppi altri a quei tempi, come Ingrao, Cossutta, Pecchioli, molto legati all'Urss". Moro era un realista: "Mi disse che voleva portare il Pci nella maggioranza parlamentare, in una posizione metà dentro e metà fuori, per rendere i comunisti responsabili di decisioni impopolari ma senza posti ministeriali: sarebbe stato un modo di logorarli. Cosa che puntualmente avvenne, con la pesante sconfitta del Pci nelle elezioni del 1979".