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» 2008-03-16 10:15
Infiltrati si', infiltrati no
di Stefano Fratini

- Si è parlato spesso di infiltrati delle forze dell'ordine tra i terroristi, all'epoca del caso Moro, ma non si è riusciti a chiarire i dubbi. E' certo che, se c'erano, non hanno avuto successo. A meno di riprendere una tesi dell'ex presidente della commissione Stragi Pellegrino, quella del 'doppio ostaggio' (Moro e le carte) e di ammettere che il problema più urgente non fosse quello di salvare Moro, ma di recuperare carte pericolose. Agli atti delle commissioni Moro e P2 c'é un appunto di Marcello Coppetti, ex giornalista dell' Ansa morto pochi anni fa. Coppetti, esperto di servizi segreti, aveva scritto che, durante un incontro a villa Wanda, Licio Gelli disse a lui e a Umberto Nobili, ufficiale del Sios aeronautica, che "il caso Moro non è finito: Dalla Chiesa aveva un infiltrato, un carabiniere giovanissimo, nelle Brigate rosse. Così sapeva che le Br che avevano sequestrato Moro avevano anche materiale compromettente di Moro... Dalla Chiesa andò da Andreotti e gli disse che il materiale poteva essere recuperato se gli dava carta bianca. Siccome Andreotti temeva le carte di Moro (le valige scomparse ?) nominò Dalla Chiesa. Costui recuperò ciò che doveva. Così il memoriale Moro è incompleto. Anche quello in mano alla magistratura perché è segreto di Stato". Di Patrizio Peci, il primo importante terrorista pentito, si é spesso avanzato il sospetto che fosse un infiltrato fin dall' inizio della sua militanza, facendo leva sul fatto che Peci era stato in passato un sottufficiale dell' Arma dei carabinieri. L' ex questore Arrigo Molinari (ucciso nel 2005 e che era nelle liste P2) ha detto in commissione stragi che a settembre 1978 la questura di Genova aveva inviato al ministro dell' Interno Rognoni un rapporto per segnalare elementi e riscontri che facevano ritenere Giovanni Senzani un infiltrato all' interno delle Br. Anche di uno degli uomini del commando di via Fani, Alessio Casimirri, l' unico mai catturato che ora gestisce un ristorante in Nicaragua, si è parlato come di un infiltrato. Nell' aprile 1998 un quotidiano riportò una dichiarazione attribuita al pm Antonio Marini, secondo cui, dopo un fermo casuale di Casimirri, il gen. Delfino si sarebbe reso conto che si trattava di un brigatista e "riuscì a sapere che stava organizzando non un comune sequestro ma il rapimento del presidente della Dc e allora lo passò al Sismi. Il Sismi gli avrebbe fatto fare l'operazione, lo avrebbe avuto come infiltrato, avrebbe saputo tutto quel che voleva sapere su via Fani e sulla prigione di Moro e poi lo avrebbe fatto fuggire all'estero". Nel 1979 Paolo Santini, informatore del colonnello dei carabinieri Cornacchia (anche Cornacchia era nelle liste di Gelli), infiltrato in uno dei gruppi minori con diretti contatti con le Br, operativo al tempo del sequestro Moro, sarebbe stato arrestato perché denunciato a sua volta da un altro infiltrato che lavorava per la Digos. Ma sospetti ci sono stati addirittura sul capo supremo delle Br del dopo-Curcio, Mario Moretti, che gli altri membri del Comitato esecutivo sottoposero, a sua insaputa, ad un' inchiesta interna. E lo stesso Moretti fu arrestato, anni dopo, grazie all' infiltrato Renato Longo. Ernesto Viglione, giornalista che abita in via Fani e che per questa vicenda sarà condannato a 3 anni e 6 mesi in primo grado e poi assolto in appello, dirà di essere entrato in contatto con il terrorista dissidente 'Francesco', che gli aveva proposto addirittura un'intervista con Moro nel 'carcere del popolo'. Era maggio e Moro fu ucciso prima che Viglione potesse verificare le proposte di 'Francesco', un uomo dal forte accento lucano o calabrese. Il contatto proseguì. 'Francesco' sosteneva che il rapimento Moro era stato organizzato da un gruppo guidato da alti prelati ed esponenti politici e in via Fani, mascherati da brigatisti, c'erano due sottufficiali e un ufficiale dei carabinieri. Nel vertice delle Br ci sarebbe stato anche un importante magistrato. La strage della scorta era avvenuta perché i "carabinieri" temevano che Leonardi li riconoscesse. Sempre secondo lui, i brigatisti non avevano intenzione di uccidere Moro, e il presidente della DC era stato vittima di una congiura che si sarebbe servita delle Br come copertura. Viglione informò Cervone, Piccoli e Scalfaro e ne parlo anche con i generali Ferrara e Dalla Chiesa. 'Francesco' promise anche di far catturare il vertice delle Br in una riunione a Salice Terme, ma anche di ciò non si fece nulla. Risultò poi che la fonte era Pasquale Frezza, uno strano personaggio con precedenti penali che riuscì ad ottenere anche una somma di denaro dall' on. Egidio Carenini (Dc) il cui nome era nelle liste P2. Sembra però che per un certo tempo Viglione abbia pensato che la sua fonte fosse Giustino De Vuono e che Frezza abbia sostenuto poi di aver accettato la parte per coprire l' identità del vero brigatista. Anche Pecorelli, su OP, scrisse di 'carabinieri' tra virgolette:"Moro, secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario? I 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciarlo andare via con la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, perché si voleva comunque l' anticomunista Moro morto e le Br avrebbero ucciso il presidente della Dc in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che un'operazione del genere comporta". Pecorelli scrisse anche che "I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro.....Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane. In cambio otterranno trattamenti di favore. Quando la pacificazione nazionale sarà un fatto compiuto e una grande amnistia verrà a tutto lavare e tutto obliare".