ROMA - In una vicenda che ha visto veggenti, "grandi vecchi" e sedute spiritiche, non può mancare, tra l'enorme mole di sospetti e ipotesi più o meno dietrologiche, la comparsa e scomparsa di accenni a liste che sembrano rinviare a quello che alcuni hanno chiamato lo "Stato parallelo". - CARTE CHE APPAIONO E SCOMPAIONO: l' 8 maggio 1978 (il giorno prima dell' uccisione di Moro) un quotidiano parla, in prima pagina, di elenchi trovati nel covo di via Gradoli. Gli elenchi sarebbero due: uno con nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti locali Dc, a livello regionale, provinciale e comunale. Ci sono anche alcuni nomi del primo elenco: Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe, Publio Fiori. Del secondo elenco è citato solo Gerolamo Mechelli, la cui presenza viene però smentita dalla Digos, che così conferma implicitamente l' esistenza degli elenchi. Il giorno dopo, mentre tutti i giornali si occupano della vicenda, vengono fatti i nomi anche di Gustavo Selva e dell' on. Giacomo Sedati (Dc). Naturalmente si pensa ad una schedatura di potenziali vittime di attentati, ipotesi rafforzata dal fatto che Mechelli e Fiori erano stati già feriti dalle Br. Nel 1978 erano sconosciuti gli elenchi della P2 (trovati nel 1981), ma ora si può notare che, a parte Sedati, i nomi di altre cinque persone erano (a torto o a ragione) nelle liste della P2. Di questi elenchi non si è più parlato. Un altro appunto spunta ad ottobre 1993. Ancora il Corriere della sera scrive che il gen. Francesco Delfino venne inviato nel 1978 ad Ankara come capo settore del Sismi, per allontanarlo dall'Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso sarebbe stato infatti trovato un documento con i nomi di Delfino, del colonnello Antonio Varisco (che fu poi ucciso dalle Br) e del capitano Antonio Cornacchia (anche il suo nome era negli elenchi di Gelli). Agli atti però questo appunto non risulta. Un informazione errata del giornalista ? Di nuovo, nel febbraio 2001, due consulenti della Commissione stragi acquisiscono dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio alla vicenda del ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso. I due faldoni della Digos, classificati in passato con 'segretissimo' recano le intestazioni: 'A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso - Rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio' e 'Sequestro Moro - Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio''. Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato però 'MORONOMI' e riguardante persone che per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Da un primo esame, segnalano i due consulenti, 'sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622'. Anche di questo non si è più parlato. TEX WILLER, MAFIOSI E LEGIONARI - Secondo le ricostruzioni, la quasi totalità dei colpi letali sparati in via Fani fu opera di un unico membro del commando, che sparò ben 49 dei 91 colpi totali, uccidendo tutti i membri della scorta (e almeno il maresciallo Leonardi era tutt'altro che uno sprovveduto, tiratore scelto e apprezzato addestratore dei paracadutisti incursori) senza neanche ferire Moro. Forse era lo stesso uomo di cui alcuni testimoni dicono di aver sentito urlare frasi non in italiano. Sembra che nessun brigatista del commando, neanche Morucci e Casimirri (i più addestrati da questo punto di vista), avesse una tale 'professionalità'. Uno dei testimoni, esperto di armi, disse che "era senza dubbio un uomo particolarmente addestrato". E nel suo romanzo-inchiesta "La borsa del presidente", Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, fa dire al suo protagonista:"Tex Willer non era uno dei nostri. Tex Willer era un esperto, un professionista,di quelli che in Italia li conti sulle dita di una mano. Uno così, non ce lo saremmo mai potuti permettere". Sulla sua identità si sono fatte diverse ipotesi. Nel cosiddetto 'volantone' diffuso dal ministero dell' Interno subito dopo la strage di via Fani con le foto di 20 sospetti di partecipazione all' azione terrorista, c' é anche Giustino De Vuono, calabrese, rapinatore ed ex volontario della Legione straniera, politicizzato in carcere. Anche Pecorelli, in una delle sue sibilline note, scrive:"Non diremo che il legionario si chiamava 'De' e il macellaio Maurizio". Poi il Sismi affermava che De Vuono certamente non era in Italia nel periodo della strage (in commissione stragi, il col. Bonaventura ha sostenuto invece che era in carcere a Sciacca) e l' ex legionario viene prosciolto in istruttoria. Ad ottobre 1993 invece, lo stesso giorno dell' arresto di Germano Maccari (il 'quarto uomo' di via Montalcini), esce la notizia che Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia calabrese, ha raccontato ai giudici che tra i brigatisti in azione in via Fani ci sarebbe stato un boss della 'ndrangheta, Antonio Nirta, detto ''due nasi" (dalle due canne della doppietta). Nirta, attraverso i suoi contatti con il gen. Delfino e i servizi segreti, sarebbe stato infiltrato nelle Brigate Rosse e sarebbe stato presente al sequestro dell' on. Moro. Della presenza di un calabrese in via Fani si era parlato già in una telefonata tra l' on. Cazora e Sereno Freato, collaboratore di Moro. Nella telefonata, Cazora dice che esponenti della 'ndrangheta gli avevano chiesto di recuperare fotografie scattate in via Fani, in cui comparirebbe un personaggio a loro noto. Alcune foto erano state scattate in effetti in via Fani, subito dopo la strage, da un testimone che le aveva consegnate al giudice Infelisi. Quelle foto però finirono stranamente smarrite'.