MOSCA - La P2: questa "la pista più credibile" sui retroscena della vicenda Moro, secondo il professor Ilia Levin, illustre storico e politologo russo membro dell' Accademia delle scienze ed esperto di cose italiane (é stato tra l'altro il primo traduttore in russo dei Quaderni dal carcere di Gramsci). Levin non esclude comunque né la pista americana, "che va per la maggiore", né quella del Kgb, "anche se mi sembra la meno convincente, nonostante gli allora pessimi rapporti tra Pcus e Pci". Quanto all'ipotesi di un Grande Vecchio da identificare nel direttore d'orchestra russo Igor Markevitch, ironizza definendola "esotica". "La P2, nonostante le tonnellate di carte scritte anche dai giudici, resta uno dei momenti più oscuri della storia politica italiana perché fu un nodo in cui si intrecciarono in assoluto più fili: gruppi più o meno fascisti, Vaticano, fino alla mafia", spiega l'accademico, evocando il comitato di crisi sul sequestro Moro dominato da piduisti e i numerosi depistaggi e buchi nell'acqua registrati nelle indagini. "La P2 era tentacolare e gli interessi in gioco messi a rischio dal compromesso storico, a mio avviso, erano più forti di quelli esterni", sostiene Levin, ricordando che l'effetto della morte di Moro rimase la duratura esclusione del Pci dal governo. La pista legata alla Cia, ricorda lo storico, si basa soprattutto sulle testimonianze della vedova Moro e dell'allora vicepresidente della Dc Giovanni Galloni sulla burrascosa scena tra lo statista italiano e il segretario di Stato Usa Henry Kissinger, che lo avrebbe invitato a lasciar perdere la sua linea politica, altrimenti l'avrebbe "pagata cara". "Ma anche se la politica di Moro poteva sembrare una breccia nell'Alleanza Atlantica, Kissinger tutto sommato avrebbe potuto giocare molte altre carte", sottolinea Levin. Quanto alla pista del Kgb, lo storico ritiene che "Mosca non aveva urgenza di ricorrere ad una soluzione del genere". In ogni caso, aggiunge, "non ci si può certo basare sul lavoro della commissione Mitrokhin sull'omonimo archivo, che è un vero bidone, come dimostra l'assenza tra i nomi delle spie del Kgb di personaggi notoriamente riconosciuti come tali". "Si è parlato a lungo del ruolo del giovane studente Sokolov che frequentò assiduamente le lezioni di Moro e che avrebbe potuto essere un agente del Kgb, ma non mi convince molto", dice. Levin è poco propenso a credere che i rapitori potessero essere eterodiretti, dalla Cia o dal Kgb: "conoscendo i precedenti di quei brigatisti, non riesco a immaginare un sistema sufficientemente garantito di trasmissioni di ordini". Lo storico riconosce tuttavia che "all'epoca i rapporti tra il Pcus e il Pci di Enrico Berlinguer erano in una fase culminante di una conflittualità iniziata fin dal dopoguerra, anche se compensata dal crescente miglioramento dei rapporti tra i due Paesi, come testimoniato tra l'altro dagli scambi commerciali, dalla politica dell'Eni, della Fiat, dalle frequenti visite tra capi di Stato, dal protocollo del 1972 sulle consultazioni bilaterali anche su temi internazionali: "due tendenze opposte che graficamente formano una croce di S. Andrea", sottolinea Levin. Ma i rapporti tra i due partiti comunisti si raffreddarono progressivamente fino al celebre intervento critico dell'allora vice segretario del Pci Berlinguer a Mosca nel 1969. "Mi ricordo che un alto funzionario della sezione esteri del Pcus venne nella cabina interpreti e chiese di non enfatizzare l'incisività del suo discorso", racconta Levin. Poi nel 1972 ci fu l'incidente d'auto a Berlinguer in Bulgaria, che per lo storico "é compatibile con un tentativo di eliminare un leader scomodo". Seguirono i suoi tre articoli su Rinascita in cui elaborò il compromesso storico, e nel 1976 il primo strappo e la famosa intervista sulla "Nato scudo della democrazia", che fece andare alle stelle la tensione con Mosca, proseguita fino ai primi anni gorbacioviani. "Guardi qui, ci sono ancora i timbri", indica Levin mostrando i segni indelebili della censura su un volume di Rinascita del 1985 e su alcuni bollettini del Pci per l'estero del 1985 e del 1985."Ma nonostante il conflitto con Berlinguer e il suo sgradito compromesso storico, mi sembra poco convincente pensare al Kgb che manovra le Br per far fallire l'unità nazionale ", Moro, prosegue, "era comunque l'unica figura in grado di realizzare il compromesso storico, con quel suo modo assolutamente unico di fare sintesi, anche rinunciando a punti importanti del suo programma, e in ciò sta tutta la grandezza e la debolezza del personaggio: si sacrificò per riparare il trauma natale dello Stato italiano tentando di unire tra loro i principali gruppi sociali del popolo italiano, consapevole dei poteri forti contrari a tale progetto".