'DOTTORI' A QUATTRO ZAMPE, 2 ANNI PER IL DIPLOMA IN PET THERAPY
di Enrica Di Battista
ROMA - Cani da Pet Therapy e da assistenza che vanno a scuola nei centri commerciali, in metro e in altri luoghi affollati; disabili che insegnano agli animali, futuri 'dottori', il proprio modo di essere; normodotati, aspiranti operatori, che seguono e apprendono da entrambi. In questo triangolo sta la sfida e l’innovazione dei corsi dell’Associazione Nazionale Cani da Assistenza e da Pet Therapy (ANCAPET), patrocinati dal Senato e dall'Universita' di Sassari.
I DISABILI, IL ‘CUORE’ DELLA CLASSE – La presenza di disabili nella formazione di operatori e cani da Pet Therapy consente ai normodotati ma anche agli animali di abituarsi a posture, gestualita’, toni di voce diversi, spiega il fondatore dell’ANCAPET Luigi Polverini in un’intervista all’ANSA. Al tempo stesso il disabile riceve un ritorno di emozioni, un’interazione, uno scambio sia con le altre persone sia con gli animali.
CANI A SCUOLA DAI DUE MESI – Animali da Pet Therapy non si nasce, ma le predisposizioni caratteriali sono fondamentali. Sono spesso privilegiati Labrador e Golden Retriver: la razza da’ la garanzia di un’attitudine ma non e’ escluso che possa esservi predisposto un meticcio. “Gia’ a due mesi – prosegue lo psicologo canino – i cuccioli devono imparare i primi rudimenti, l’educazione e il metodo di apprendimento. Devono riflettere su cosa fare, che e’ diverso dall’essere stimolati a fare. Noi – sottolinea Polverini - cerchiamo di aumentare la capacita’ cognitiva dell’animale e la capacita’ di prendere decisioni. La novita’del corso sta anche nell’approccio zooantropologico. L’animale e’ visto nella sua capacita’ terapeuta e nella possibilita’ di attivare benefici nel fruitore”.
DOPO DUE ANNI, CANI ‘DOTTORI’ - Dopo due anni di tirocinio i cani sono ‘dottori’ abilitati a svolgere la Pet Therapy, una disciplina nata negli Stati Uniti e portata in anni recenti in Europa. Gli animali lavorano principalmente su persone con patologie precise: autismo, depressione, anoressia e bulimia, fobie. E i risultati sono sorprendenti. Ma la Pet Therapy, precisa l’etologo, va considerata sempre come una co-terapia, un ausilio alle cure prescritte dal medico.
IL CANE DA ASSISTENZA – In cosa si differenzia il cane da Pet Therapy da quello da assistenza? La formazione inizialmente e’ la stessa, mentre si distingue nella parte finale. L’animale da Pet Therapy, inoltre, generalmente vive con l’operatore. Quello da assistenza vivra’ con il disabile, aiutandolo nel quotidiano. Cosa sono in grado di fare questi assistenti a quattro zampe? “Innanzitutto, e non e’ poco, non ti giudicano per il tuo stato - afferma l’etologo -. Poi svolgono i compiti piu’ incredibili: aprono il frigorifero, prendono la cornetta del telefono, accendono la luce, ti aiutano a rialzarti se cadi o a vestirti, cosi’ come sono capaci di attivare un salvavita (tipo quelli che si appendono al collo)”.
I FUTURI OPERATORI – La formazione degli operatori dura un anno e alla scuola si accede attraverso un test. Le materie di studio sono diverse: dalla psicologia alla veterinaria. Nelle lezioni pratiche i cani vengono portati dai disabili e dai normodotati nei centri commerciali o in metropolitana perche’ e’ nei luoghi affollati che gli animali devono dare il meglio ed imparare a gestire situazioni che si ritroveranno ad affrontare in futuro.
Alla fine del corso gli aspiranti operatori presentano un progetto: una commissione ad hoc decidera’ se sono pronti ad operare in questo settore del sociale. La partecipazione di tre disabili nella classe che svolge il corso all’Infernetto (tra Roma e Ostia) e’ stata resa possibile grazie al finanziamento della Provincia di Roma (Consigliere delegato alle Politiche dell’Handicap Tiziana Biolghini). A fine corso, a novembre, un convegno presso la Provincia illustrera’ i risultati.
IL RACCONTO DEI PARTECIPANTI, "ENTUSIAMO E UNIONE" Non solo uno studio su testi di veterinaria o di psicologia: dietro al corso di formazione per operatori e per cani da Pet Therapy c’e’ un lavoro su se stessi, sulla comunicazione (tra uomo e uomo e tra uomo e cane), sull’accettazione di se’. Dal racconto degli aspiranti operatori in Pet Therapy c’e’ la profonda convinzione di lavorare ad un “progetto comune, che lega molto”.
Laura parla dell’input da cui ha preso la decisione di frequentare le lezioni: “Sono figlia unica e nipote unica – ha spiegato -. Mi sono occupata per molto tempo di mia zia, ricoverata in una clinica dove e’ venuta in contatto con alcuni cani. Insieme gli abbiamo dato da mangiare, gli abbiamo messo l’antipulci. E grazie agli animali con il tempo i miglioramenti su mia zia sono stati incredibili”. Questo, va detto, non e’ un caso di Pet Therapy. Da un lato pero’ e’ lo spunto che ha aperto una strada, dall’altro la testimonianza concreta di quanto un animale e’ in grado di dare.
Il corso, il rapporto con gli animali e con le altre persone e’ un’esperienza che da’ “gioia” ma che richiede anche “impegno”: queste le parole usate da Damiano, uno dei tre ragazzi disabili che frequentano le lezioni. Un altro ha spiegato di aver insegnato ai cani della scuola Ancapet il comando “terra” ma ha anche aggiunto che il cane che ha in casa non vuole imparare. Infine ha preso la parola Chiara, una ragazza disabile: ha raccontato che ha potuto “insegnare alcune regole alla sua Beagle”. Il fatto che abbia risposto all’intervista e’ stato definito “quasi un miracolo”, perche’ la ragazza non parla quasi mai. E’ probabilmente solo uno degli effetti positivi e dei benefici di uno scambio di emozioni e di comunicazione.
enrica.dibattista@ansa.it
(Nelle foto i collaboratori Arwen, Aida, Caribu, Raja e Danno Immagini pubblicate per libera concessione dell'Ancapet )