Arriva mr Obama, superstar tra le strade dell'Aquila
(dell'inviato Matteo Guidelli)
L'AQUILA - Il fascino di mister Obama non tradisce: e quelle maniche di camicia arrotolate, "rolled up sleeves" dicono gli americani, molto informal per un summit di potenti della terra ma piuttosto adatte alle macerie di un terremoto sono la ciliegina sulla torta. L'Aquila accoglie il presidente Usa come una superstar e non lo manda a dire: "madonna che carisma!", sintetizza come meglio non potrebbe Stefania Pezzopane la piccola ma battagliera presidente della Provincia. E lui, Obama, non tradisce le aspettative. "Seguo la vostra tragedia fin dal primo momento - dice alle autorità aquilane e ai pochi, fortunatissimi, cittadini che hanno assistito alla sua visita in centro storico - Vi sono vicino e vi assicuro che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'Italia". Saluta, dispensa sorrisi e soprattutto parole di speranza, stringe le mani di tutti, fa i complimenti ai vigili del fuoco e alla protezione civile - "i nostri pompieri vi apprezzano e vi ammirano" - si lascia fotografare senza problemi dalle decine di telefonini che spuntano in piazza Duomo. E quando è il turno di posare accanto alla Pezzopane, si inginocchia: con lei così piccolina e lui così alto; meglio scherzarci su che creare un incidente diplomatico. Infatti, arrivano applausi a scena aperta.
L'Aquila aspettava e voleva Obama, questa è la verità. Lo voleva anche chi il G8 lo critica fortemente: non a caso è al presidente americano che si sono rivolti i comitati cittadini che contestano il decreto sulla ricostruzione, parafrasando il suo slogan vincente e scrivendo su una collina "Yes, we camp!", "Sì, siamo accampati", visibile dalla sede del vertice. Ed è sempre a lui che le autorità locali si rivolgono chiedendo che l'impegno profuso dal primo presidente nero della storia americana per la pace nel mondo e per i diritti civili sia lo stesso che gli americani metteranno per aiutare L'Aquila. "Presidente, faccia qualcosa per noi". Tutti volevano vederlo, almeno tutti quelli rimasti in città. Cittadini e vigili del fuoco, poliziotti e gente comune, ognuno impegnato a cercare un posto lungo il percorso nella speranza di non venir cacciato. "Io non mi sposto neanche se gli americani mi prendono di peso" dice Antonio al bar nella villa comunale. E perché? "Perché Obama è il nuovo e speriamo che porti una ventata di nuovo anche qua da noi, che ne abbiamo tanto bisogno". Aspettative probabilmente di gran lunga superiori al reale impegno americano, ma tant'é.
Obama saluta e ringrazia: prima con un sempreverde "how do you say God bless you", che Dio vi benedica, poi con un più amichevole arrivederci, in italiano. Prima che il presidente Usa prendesse il palcoscenico, la ribalta era stata tutta per Angela Merkel e il suo viaggio nella tragedia di Onna, 41 morti su 250 abitanti ma soprattutto teatro l'11 giugno del 1944 di una strage in cui i nazisti uccisero 17 persone. Il cancelliere tedesco sa bene che quell'orrore non si cancella, ma l'impegno che la Germania, fin dai giorni immediatamente successivi al terremoto ha messo nella ricostruzione del paese (rifarà la chiesa e un centro di aggregazione), è un segnale importante. Lo dice la stessa Merkel con parole semplici, davanti alla chiesa distrutta e dopo essersi commossa passando accanto alla stele che ricorda i morti di quell'eccidio: "alla fine, qui possiamo costruire qualcosa dove prima abbiamo distrutto". "Voi siate forti - dice poi alle donne e alle madri di Onna - noi non vi abbandoneremo perché questa visita vuole essere simbolo di una nuova Europa, l'Europa della pace". E anche a lei gli abruzzesi hanno riservato un'accoglienza vera e genuina, regalandole quel che di più caro hanno: dei fagioli bianchi, tipici del territorio, un libro di pittori con degli scorci del paese che non c'é più, un bouquet di girasoli. (ANSA).