I dossier internazionali, dal Venezuela al Sud Sudan

Papa non farà tappa extra in Africa. Per Nord Corea manca invito

Di Nina Fabrizio ROMA

    Dal Venezuela alla Corea del Nord, dal Sud Sudan all'Ucraina, dalla Cina dove da 8 mesi è in vigore l'intesa sulla nomina dei vescovi, al Kosovo che ancora resta in un limbo riguardo al riconoscimento da parte della Santa Sede: sono molti i fronti internazionali in cui il Vaticano gioca un ruolo di primo piano, anche se non sempre con i risultati sperati. L'ultima iniziativa è stata proprio sul Sud Sudan. Dopo lo storico ritiro in Vaticano, presente l'arcivescovo di Canterbury, "è vero che non sono riusciti a stabilire un governo il 12 maggio, com'era negli accordi di Addis Abeba - commenta un alto funzionario vaticano vicino al dossier -, però hanno stabilito una nuova data del 12 novembre e continueremo a lavorare per quella. Poi come ha detto il Papa c'è sempre allo studio una sua visita col primate anglicano. Continueremo ad appoggiare il lavoro del Consiglio delle Chiese ecumeniche del Sud Sudan, siamo fiduciosi, vediamo che c'è volontà da parte di tutti. Ovviamente poi c'è bisogno di un sostegno di soldi, per stabilire l'esercito, le strutture dello Stato, però credo che anche l'Unione africana si sia più impegnata ora sulla situazione del Sud Sudan". "Non dobbiamo abbandonare un processo che promette delle cose buone. Il viaggio del Papa ci sarà, anche se non ora come tappa del prossimo tour in Africa", dice.

    Dal Sud Sudan al Venezuela: "Abbiamo tentato nel 2016 d'accompagnare e facilitare il dialogo - spiega l'alto funzionario - e non ha funzionato. E c'è stato persino chi ha accusato la Santa Sede di agevolare Maduro, prolungando il regime. Noi rimaniamo disponibilissimi ad aiutare ma dobbiamo essere convinti della buona fede delle parti, perché è inutile fare mediazioni se non è così: devono avere la volontà di incontrare l'altro e di fare un compromesso. Nei negoziati si deve saper cambiare posizione, altrimenti va a finire che la colpa è del mediatore che non è riuscito a negoziare". "Passiamo molto tempo - continua - a sentire della situazione del Venezuela, sentiamo i vescovi, le parti con i rappresentanti di Guaidò, del governo, ovviamente a un certo livello. Siamo in contatto anche con gli altri Paesi coinvolti, Colombia, Brasile. Credo che una delle difficoltà maggiori, come anche purtroppo in Medio Oriente, sia che un conflitto tra governo e opposizione è stato via via internazionalizzato con la partecipazione della Russia ed anche con i Paesi vicini che hanno tutto il diritto di manifestare le loro preoccupazioni dovendo ricevere i rifugiati, anche Cile e Argentina. Così continuiamo in questi contatti con speranza". E gli Usa? "Hanno i loro interessi e abbiamo molti contatti con l'amministrazione Trump, però al momento non posso dire che sia all'orizzonte una soluzione, ci sono possibilità. Vedremo come possono svilupparsi. Non vedo nelle prossime settimane e mesi molte possibilità di cambiamenti, la nostra preoccupazione rimane soprattutto per la situazione umanitaria".

    Sull'invito del 5-6 luglio alla Chiesa greco-cattolica ucraina in Vaticano, l'alto funzionario si limita a dire: "La Santa Sede non entra negli affari religiosi degli ortodossi, questo sia ben chiaro. Inevitabilmente la situazione in Ucraina e la dimensione religiosa che ha preso hanno fatto sorgere domande su quanto sarebbe giusto avere maggiore chiarezza da parte della comunità cattolica". Risponde anche sul Kosovo, ammettendo con franchezza che sulla questione non "c'è chiarezza". "Il riconoscimento di un Paese, stabilire relazioni diplomatiche, è un processo - spiega -: noi abbiamo contatti con le autorità kosovare, è vero, il card. Parolin il weekend di Pentecoste andrà a Pristina per consacrare una cattedrale, e abbiamo un delegato apostolico. Ci sono tanti scambi ma finora non c'è una normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina. Il Kosovo è riconosciuto da tanti Paesi (108, ndr) ma non lo è da tutti i Paesi dell'Ue. Noi andiamo avanti, spero che possiamo progredire in questo rapporto, però al contempo dobbiamo continuare a mantenere i nostri rapporti con la Serbia. Siamo sensibili alle istanze della Chiesa ortodossa serba, non possiamo trascurare questo".
    L'alto funzionario, alla luce anche del voto europeo, ricorda le preoccupazioni della Santa Sede per il riflesso che una 'hard Brexit' può avere sull'Irlanda del Nord auspicando che si mantengano gli accordi del Venerdì Santo di venti anni fa.

    Per quanto riguarda la Croazia, dove la beatificazione del card. Stepinac ha sollevato tensioni dall'ortodossia serba, spiega: "Guardiamo con molta preoccupazione ai Balcani occidentali, la vocazione europea ha permesso a questi Paesi di mettere da parte certe tensioni, di guardare all'Ue e ottenere benefici. Ogni intervento della Santa Sede e del Papa cerca di confermare incoraggiare le intese, il dialogo, l'unità. Per questo credo che la questione Stepinac resti problematica".
    Infine, la Cina: "La Chiesa in Cina è sempre una, è vero che nella terminologia comune abbiamo clandestina e ufficiale però sul piano ecclesiale crediamo nell'unità della Chiesa e operiamo in questo senso, però non è facile". E sulla supposta tappa in Nord Corea nel viaggio papale in Giappone, l'alto funzionario frena: "Si parla di molti inviti, ma non ne è arrivato nessuno".

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