Migranti: Avvenire a Salvini, "non si morde la mano tesa"

Tarquinio, "dal vicepremier arroganza, imprudenza e impudenza"

    "Un politico di successo come Matteo Salvini, farebbe meglio ad apprezzare chi non tende la gamba per fare sgambetti, ma tende cristianamente la mano per aiutare, senza altro interesse che il bene necessario e possibile in un momento di crisi in cui ci sono in ballo non cose ma persone. Non si morde mai la mano che soccorre, men che meno se soccorre altri". Così il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, in un editoriale dal titolo "Non si morde la mano tesa. Carità cristiana e polemiche salviniane", reagisce alle ultime uscite del vice premier sui temi della solidarietà.

    "Ci vuole anche un bel po' di arroganza - sostiene -. Quella che porta il ministro a irridere ('dorma bene!') anche il parroco di Lampedusa che trascorre notti all'aperto aspettando l'approdo di chi non ha tetto ed è sopra al mare. Quella che travolge quasi sempre i politici colpiti da improvvise e cospicue fortune elettorali e che ha già prodotto un sacco di guai al Paese, mettendo spesso in questione ciò che lo ha reso grande, non per ultima la capacità molto italiana di vincere, e far lievitare, di solidarietà l'innato particolarismo dei suoi figli. Il problema è che l'arroganza, come certe fortune, prima o poi passa, ma i danni fatti restano e pesano sulla vita della gente".

    Il giornale dei vescovi, sottolineando che "Matteo Salvini cresce di voti, ma a quanto pare non ancora di saggezza", se la prende anche con l'"irriflessivo messaggio via Facebook" con cui Salvini "ha deciso di farsi anche la carità degli altri, spiegando all'arcivescovo di Torino che cosa la Chiesa può permettersi nella sua azione per i poveri e che cosa non deve neppure azzardarsi a pensare. Perché? - prosegue Tarquinio - Perché monsignor Cesare Nosiglia aveva osato tendere una mano, anzi entrambe, agli esseri umani bloccati sulla imbarcazione umanitaria 'Sea Watch' al limite delle acque italiane e allo stesso ministro dell'Interno che in quella condizione li mantiene". "Invece, il ministro e leader della Lega ha ingiunto seccamente al 'caro vescovo' di pensare agli 'italiani in difficoltà'. Come se già il vescovo non lo facesse".

    Secondo il giornale della Cei, "per arrivare a dire una cosa del genere ci vogliono almeno due impazzimenti o, se volete, due deliberate rinunce a un po' di buon senso". E oltre al "bel po' di arroganza", "prima di tutto ci vuole una notevole dose di imprudenza e una doppia impudenza. L'imprudenza è quella di chi si ritiene un 'unto del signore' e pensa addirittura di incarnare la legge. La prima impudenza è quella di chi mostra (o finge) di sapere poco o nulla della fede e della carità cristiana e però ne parla e ne straparla a sproposito".

    "La seconda impudenza è di chi 'sfida' senza avere nemmeno lontanamente un'idea di che cosa sia e come viva la Chiesa di Torino, e dello speciale carisma per il servizio ai piccoli e gli ultimi che ne ha fatto e ne fa ancora oggi una gioiosa fabbrica di 'santi sociali'. Una Chiesa speciale e uguale nel cuore di una Chiesa italiana che ogni giorno e ogni notte sta accanto a quanti - persino al tempo del Reddito di cittadinanza e della sovrabbondante retorica sul 'prima gli italiani' - sono e restano ai margini di tutto".
   

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