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Migranti: Caracciolo (Ince), durante crisi Europa ‘double face’

‘Non toccare Schengen, è pilastro costruzione europea’

26 gennaio, 12:58

Di Stefano Giantin

 

(ANSA) – TRIESTE - “Aperture nobili”, come quella della Cancelliera tedesca”, ma anche “aspetti meno edificanti”, in testa le “chiusure di altri Paesi, che ci pongono interrogativi molto preoccupanti sul futuro dell’Europa”. La crisi dei migranti, lontana da una risoluzione, continua a provocare fratture in Europa e potrebbe mettere a rischio la stessa idea dell’Ue. Ma le soluzioni, condivise, possono essere ancora trovate, anche grazie al contributo dell’Italia e all’impegno ‘operativo’ dell’Iniziativa Centro Europea (Ince). Ne è convinto Giovanni Caracciolo di Vietri, dal 2013 segretario generale dell'Ince, organizzazione internazionale con sede a Trieste, già ambasciatore d’Italia a Belgrado e a Parigi.

 

La crisi dei migranti non accenna a placarsi. E molti segnali portano a pensare che pietre miliari dell’Europa unita, come Schengen, potrebbero essere ormai a rischio. Che ne pensa?
“Schengen è un pilastro della costruzione europea e non ci si rende conto a sufficienza quanto importante sia. Vedo tuttavia con piacere che in Italia, in modo abbastanza trasversale, anche fra coloro che chiedono maggiori controlli, non si preconizza la fine di Schengen, che coinciderebbe molto probabilmente con un affanno vero dell’Europa che conosciamo oggi.

 

Come valuta la reazione alla crisi migratoria in Europa?
La reazione è stata molto confusa e ha dato adito ad aspetti ambigui. Dalle aperture interessanti e certamente nobili della Cancelliera tedesca fino agli aspetti meno edificanti delle chiusure e delle reazioni così violente di altri Paesi, che ci pongono interrogativi molto preoccupanti sul futuro dell’Europa. Europa che è una famiglia di valori, ma anche di regole e meccanismi. Fra questi, la libertà di circolazione, da sempre principale componente d’interesse dell’Italia.

 

Non ci sono state solo chiusure, durante la crisi dei migranti.
Nell’emergenza più recente, soprattutto sulla rotta balcanica, ci sono stati esempi edificanti, che comprovano - forse l’aspetto più interessante – che l’idea dell’integrazione in Europa non è così malandata.

 

Parla ad esempio della Serbia?
Parlo della Serbia, ma anche della Macedonia. Sono due Paesi che vanno menzionati con encomi per come si sono comportati. Hanno avuto a mente certamente, come ha ricordato a Berlino il ministro degli Esteri serbo Dacic, che la loro finalità vera è quella dell’entrare nell’Ue. E’ vero che è forse cinico dire che l’ideale europeo ritorna dalla ‘porta di servizio’, però ciò dimostra che dal punto di vista delle pubbliche opinioni questo dossier non è stato visto in una chiave antagonistica del processo di integrazione, direi il contrario.

 

Il gelo sta al momento rallentando i flussi sulla ‘Balkan route’, ma la primavera potrebbe far riesplodere l’emergenza profughi. Teme che presto le minacce alla libera circolazione possano farsi più pericolose?
Sono molto preoccupato, ma c’è anche una certa concreta evoluzione nei governi e nei leader nazionali. Penso anche alla Commissione, che ha evocato l’ipotesi di un vertice straordinario. C’è una riflessione in atto e devo dire che il lavoro che l’Italia sta facendo da decenni, e oggi con maggiore forza ed efficacia, ha senso. Stanno inoltre emergendo elementi sulla revisione di Dublino, il più corretto approccio per la distribuzione delle quote.

 

Merkel stata immortalata sulla copertina di Time come ‘Cancelliera del mondo libero’. Pensa che la decisione di Berlino di accogliere oltre un milione di profughi sia stata saggia?
Spesso, quando parliamo di distribuzione di carichi, dimentichiamo che la Germania ha assorbito una massa di rifugiati impressionante. Oggi si dichiara disponibile ad accogliere, e lo fa, quelli provenienti dal disastro mediorientale, in particolare dalla Siria, ma ieri lo faceva con tutti quelli che venivano da Est, con cifre iperbolicamente superiori a quelle degli immigrati che abbiamo dovuto accogliere noi. Ancora una volta però, va detto, l’assenza assoluta della Francia su questo dossier europeo si sta rivelando nocumentale per il futuro dell’integrazione.

 

Brexit, crisi ucraina, crisi dei migranti, prima la Grecia. L’Ue è a rischio, in questo 2016?
Lei parla con qualcuno che considera la costruzione europea come un fatto incontrovertibile e inarretrabile. Tutto ciò premesso direi che questa è una fase delicata. Senza dimenticare poi il tema della radicalizzazione islamica, in Paesi che sono quelli destinati oltretutto all’allargamento. Ma ritornando alla costruzione europea, non sarebbe stato meglio e non sarebbe meglio ancora oggi accelerare il quadro della costruzione di una garanzia europea per quei Paesi? Penso in particolare alla Serbia, ma anche alla Bosnia-Erzegovina e all’Albania, al Kosovo, senza trascinarli in un’incertezza che non fa che corroborare certe tendenze estreme.

 

L’Ince nasce nel 1989. Ventisei anni dopo la caduta del Socialismo reale, la sorprende l’atteggiamento di certi Paesi dell’Est verso i migranti e i profughi che fuggono da guerre e regimi totalitari?
Sì e no. In alcuni Paesi, come Ungheria o Polonia, rispetto alle aperture iniziali del ‘dopo-Muro’, la spinta verso Ovest è stata più una spinta verso l’Occidente, verso la Nato, più ancora che verso l’Unione europea. E forse non c’è stata sufficiente metabolizzazione del loro passare da una dimensione all’altra. Ma dall’altro lato, non dimentichiamolo, contestualmente alla crisi dei migranti e a quella mediorientale si è aperta una crisi Est-Ovest pesante. Il rapporto con la Russia è altrettanto controverso di quello che era con l’Urss. E qui io invoco una visione illuminata, che è italiana e di pochi altri Paesi europei, perché per qualsiasi avanzamento e soluzione non si può passare se non attraverso soluzioni diplomatiche che includano Mosca. Ci piaccia o non ci piaccia la leadership attuale.

 

Che ruolo e che peso può avere l’Ince, oggi?
L’Ince è un’organizzazione regionale, che ha come ‘core mission’ quella di far avanzare il processo d’integrazione europea dei Paesi che ancora non ne fanno parte e di migliorare il rapporto con l’Ue di Stati che membri non vogliono divenire, come Ucraina, Moldova, Bielorussia. Siamo in una fase molto promettente, anche perché tutto quello che contribuisce a sostenere l’ideale europeo è utile, oggi. E questo ci viene generalmente riconosciuto, anche a Bruxelles. C’è poi l’aspetto della cooperazione macroregionale, idea per certi versi ancora un po’ confusa ma che ci dà un quadro d’intervento nuovo. In futuro possiamo essere poi un ‘ponte’ fra organizzazioni macroregionali. Il terzo punto, il più rilevante, è l’aggancio con la Bers. Abbiamo un fondo presso la Bers, con il quale operiamo sul fronte della cooperazione allo sviluppo, capacity building e formazione nei Paesi membri, e di investimenti veri e propri. Ultimo fronte, quello dell’emergenza migranti. Con fondi propri abbiamo impostato iniziative sull’immigrazione, sul tema sanitario, dei minori non accompagnati, sulla sicurezza. Senza dimenticare che stiamo lavorando, con la Bers, anche sul tema di Pmi, investitori internazionali e della Cina. La ‘via della seta’, il collegamento tra Sudest europeo e Asia, recentemente rispolverato da Pechino, è un tema di estremo interesse. (ANSA).

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