Terrorismo: tunisino espulso doveva colpire in Italia

Il Viminale: a metà novembre 2016 aveva ricevuto indicazioni di compiere attentati simili a quelli compiuti in Francia e in Belgio

Il tunisino residente a Edolo, nel Bresciano, espulso ieri e partito questa mattina con un volo per Tunisi, "a metà novembre 2016 aveva ricevuto indicazioni, da persona a lui nota, di compiere attentati in Italia simili a quelli compiuti in Francia e in Belgio, per ritorsione contro le operazioni dell'Italia in Libia". Lo precisa il Viminale in una nota citando i risultati di "attività investigative, operate anche con la collaborazione internazionale e dei servizi di intelligence".

Intanto alcuni telefoni cellulari sono stati sequestrati nel corso delle due perquisizioni fatte ieri dalla Digos a Campoverde, frazione di Aprilia (Latina), nell'ambito dell'inchiesta della procura di Roma sull'attentato di Berlino. I controlli sono scattati alla scoperta di contatti che Amis Amri ha avuto un anno fa con un connazionale residente a Campoverde e attualmente detenuto per spaccio di droga a Velletri, vicino a Roma. Dagli stessi accertamenti disposti dal pm Francesco Scavo è emerso anche che Amri è stato ospite nelle due abitazioni (la prima occupata dalla moglie italiana del detenuto, la seconda abitata da parenti della stessa donna) nel 2015. Gli apparecchi telefonici sono ora oggetto di verifiche per stabilire se ci siano stati contatti con il terrorista tunisino dopo la strage di Berlino. Il sospetto degli investigatori è che la destinazione di Amri, prima del conflitto a fuoco in cui è morto a Sesto San Giovanni, fosse proprio l'Agro Pontino.

Nel frattempo la Sueddeutsche Zeitung ha rivelato che è stato il "sistema di frenata automatico" in dotazione al tir ad evitare che il bilancio dell'attentato fosse molto più pesante. Non è stato dunque l'autista polacco, probabilmente già morto al momento dell'attacco, ma questo sistema a bloccare dopo 60, 70 metri la corsa del tir. E lo stesso quotidiano ha rivelato che le autorità di sicurezza hanno per due volte ritenuto "improbabile" che Amri progettasse attentati in Germania, discutendone nel Centro antiterrorismo, luogo in cui si riuniscono funzionari federali e dei Laender. E questo nonostante fosse noto che Amri aveva cercato "su internet istruzioni per fabbricare bombe e produrre esplosivo" e avesse tentato già "a febbraio contatti con l'Isis".

Anche per queste falle che emergono giorno dopo giorno, gli investigatori tedeschi sono sotto pressione. Da un lato si cerca di svelare la rete di contatti che Amri aveva in Germania ed eventualmente in Italia, dall'altra si prova a completare il tassello della fuga dopo l'attentato, da Berlino a Sesto San Giovanni. Anche su questo secondo versante il lavoro è complesso. Non sono dissolti i dubbi su una sua possibile tappa in Olanda. Un portavoce della procura di Nimega, città olandese al confine con la Germania e a 40 chilometri da Emmerich, dove il tunisino era ufficialmente registrato, ha detto alla Dpa che è "molto probabile" che il tunisino sia stato ripreso "da solo" dalle telecamere della stazione alle 11.30 del 21 dicembre. In precedenza anche media francesi avevano riportato che Amri era arrivato a Lione da Nimega con un bus della linea Flexibus. Ma secondo gli investigatori italiani non esiste ancora alcuna prova in base alla quale si possa affermare con certezza che il killer sia mai passato dall'Olanda perché la scheda sim trovata in suo possesso è olandese ma inutilizzata e quindi poteva anche averla avuta da altri. Solo una precisa valutazione del video della stazione di Nimega potrà sciogliere il nodo. Gli unici dati certi sono che Amri ha comprato a Lione un biglietto Tgv per Milano, via Chambery-Torino, che è stato a Bardonecchia e da lì ha raggiunto alle 22.14 del 22 dicembre la stazione di Torino Porta Nuova a bordo di un treno regionale. A Torino, come hanno confermato i video delle telecamere, non ha mai lasciato la stazione ed è ripartito per Milano sul regionale delle 22.54.

L'ultimo viaggio del terrorista che ha fatto strage a Berlino inizia nella stazione di Chambery, cittadina francese ai piedi della Alpi dove Amri è arrivato proveniente dalla Germania. Senza documenti, senza libri o testi scritti, senza telefono, con pochi soldi e pochissimi effetti personali. Ma con una pistola in tasca. "Era come un fantasma", dirà poi il questore di Milano Antonio De Iesu. A Chambery il tunisino sale su un treno diretto in Italia e arriva a Torino attorno alle 20.30. Gli investigatori ritengono che l'uomo, dopo aver varcato il confine, abbia preso dei treni locali con i quali ha raggiunto la stazione di Porta Nuova.

Qui Amri rimane tre ore circa e, secondo chi indaga, non avrebbe avuto contatti con alcuno. La Digos ha in ogni caso già acquisito le immagini delle telecamere di sicurezza per cercare di ricostruire i suoi spostamenti e verificare eventuali incontri. Quel che è certo è che Anis arriva in stazione Centrale, a Milano, attorno all'una di notte e poi, secondo alcune fonti con un bus navetta che sostituisce il servizio della metropolitana, a quell'ora chiusa, raggiunge Sesto San Giovanni. Anche i filmati delle telecamere delle due stazioni sono già stati acquisiti e saranno analizzati. Sono ormai passate le 3 di notte: Anis si incammina con le mani in tasca e lo zainetto sulle spalle. A meno di 300 metri dalla stazione incrocia la volante della Polizia. Gli agenti gli chiedono i documenti e lui reagisce, estraendo l'arma. E' il suo ultimo atto: viene raggiunto da due colpi di pistola, uno dei quali mortale. Appena le impronte digitali hanno confermato l'identità, sono scattate le indagini per capire cosa ci facesse Amri a Sesto. Una prima risposta potrà arrivare dal telefonino, ritrovato nel camion utilizzato per compiere la strage e già da due giorni in mano agli investigatori della Bka tedesca. Tra gli effetti personali del tunisino, inoltre, ci sarebbe anche una scheda sim. Si dovrà verificare se tra i contatti e le chiamate in entrata o in uscita vi siano delle utenze che rimandano all' Italia.

 

Oppure se quella scheda sia stata utilizzata per contattare persone all'estero. E' plausibile che nei quattro anni trascorsi nelle carceri siciliane, Amri abbia stabilito dei contatti che possano essergli tornati utili in questa occasione. Sesto San Giovanni, tra l'altro, è un centro con una forte presenza di migranti di origine maghrebina e dunque non è escluso che cercasse qualcuno che lo ospitasse per qualche tempo in modo da far perdere le sue tracce e far abbassare l'attenzione nei suoi confronti. Le ipotesi sul tavolo di intelligence e antiterrorismo sono comunque diverse. Una è che Amri fosse a Milano per reperire dei documenti falsi: Sesto San Giovanni si trova a meno di 5 chilometri da via Padova, zona dove è presente una moschea è dove, soprattutto, indagini passate hanno rilevato la presenza di centrali per la fabbricazione di documenti falsi. In Germania Amri era stato fermato la prima volta con un falso documento italiano e alle autorità ha fornito almeno una decina di alias: l'obiettivo poteva dunque essere quello di ottenere una nuova identità per lasciare l'Europa.

Un'ulteriore ipotesi da verificare è che il tunisino avesse scelto Sesto perché dalla stazione partono decine di pullman internazionali, con destinazione soprattutto i paesi dell'Est. Un modo per uscire dall'Ue e avvicinarsi ai territori ancora in mano all'Is. Ma c'è un'altra possibilità, che gli investigatori non tralasciano: Amri è arrivato a Milano perché con il nostro paese aveva un conto in sospeso. In Italia ha passato 4 anni in carcere e un paio di mesi nei Cie, maturando probabilmente sentimenti di rivalsa e di rabbia. Visto in quest'ottica, il suo piano era perfetto: il testamento in cui invita i fratelli a colpire, la strage al mercatino, il viaggio solitario fino in Italia e l'ultimo gesto eclatante nel nostro paese. Sulla sua strada, però, ha trovato una volante della Polizia.

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