Binda si avvale facoltà non rispondere

In carcere a Varese uomo arrestato per l'omicidio studentessa

dell'inviato Stefano Rottigni
(ANSA) - VARESE, 19 GEN - Stefano Binda, nel carcere dei Miogni di Varese, ha taciuto, davanti ai magistrati che l'accusano dell'omicidio a sfondo 'psico-religioso' di Lidia Macchi, sui suoi molti misteri, ma ha acconsentito che gli agenti della Polizia scientifica gli prelevassero formalmente campioni del suo Dna.
Il Dna che servirà non tanto per una comparazione dopo l'eventuale riesumazione della salma della ragazza - che rimane l'estrema ratio e che la famiglia della studentessa uccisa nel 1987, pur fornendo una generica disponibilità, non ha ancora chiesto nel suo doloroso, trentennale cammino verso la verità - quanto, invece, per poterlo comparare con quello lasciato sulla busta con la poesia 'In morte di un'amica'. Quella poesia dal delirante contenuto mistico spedita in forma anonima ai genitori della ragazza il 10 gennaio dell'87, tre giorni dopo il ritrovamento del corpo martoriato dalle coltellate della studentessa. Si tratta di uno scritto che una consulenza grafologica ha stabilito essere di Binda, mentre sulla busta c'è un Dna che non è il suo.
Il nuovo prelievo potrebbe servire anche per dare un nome a chi - parole del gip di Varese, Anna Giorgetti, che ha ordinato l'arresto di Binda - "ha incollato, lasciando tracce della propria saliva leccandone entrambi il lembi, la busta indirizzata alla famiglia di Giorgio Macchi". Quel Dna è risultato non appartenere né a Giuseppe Sotgiu, amico intimo di Binda, poi diventato sacerdote, né a un altro amico deceduto nel 1988, né, infine, a don Antonio Costabile, indagato nell'indagine bis della Procura generale di Milano, dopo l'avocazione delle indagini a quella di Varese, e la cui posizione è stata archiviata.
Per il gip, attribuita con certezza la poesia a Binda, "la spedizione della lettera da parte di un altro soggetto potrebbe semmai rispondere a una strategia del colpevole di sottrarsi all'identificazione o essere eventualmente indicativa dell'esistenza e del coinvolgimento di un complice o di un favoreggiatore". L'ex appartenente a CL, e in quegli anni a questo si deve il suo rapporto con Lidia Macchi e altre persone i cui nomi fanno capolino dalle carte dell'inchiesta, ha quindi deciso di tacere davanti al gip Giorgetti e al sostituto pg milanese Carmen Manfredda.
Laureato in Filosofia, senza un lavoro fisso, Binda ha preferito non chiarire, per ora, il 'giallo' delle pagine strappate delle sue agende conservate con sospetta cura sin dal 1987, una delle quali ha le pagine strappate che vanno "dal 4 all'8 del mese di gennaio, vale a dire - scrive il sostituto pg Carmen Manfredda - quelle dei giorni dell'omicidio e del rinvenimento del cadavere" e non ha voluto spiegare per quale ragione alla base dello strappo sia stato posto dello scotch "in modo da renderne meno visibile l'asportazione". Né ha voluto dire perché in un'altra agenda, sulla pagina dell'8 gennaio "vi è un ritaglio di giornale, effigiante Lidia Macchi e, nella pagina accanto, sotto il simbolo di CL" si leggono in versi: "Stefano sei fregato, potrebbero strapparti gli occhi..". "Monogenesi appositiva", sostiene il consulente della Procura analizzando quello scritto e la poesia 'In morte di un amica'. Quindi la stessa mano.
Il suo avvocato Sergio Martelli, non ha presentato istanze di scarcerazione e, con il collega Roberto Pasella non ha ancora deciso se ricorrere al Tribunale del Riesame. Il legale l'ha trovato "sereno" durante il colloquio. "Sta bene, compatibilmente - ha detto - con la situazione in cui si trova".

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