Le donne coraggiose di Shirin Neshat

La sua opera fotografica 'Speechless' a La Grande magia a Bologna

  • Le donne coraggiose di Shirin Neshat

   (di Francesca Pierleoni)
(ANSA) - Donne coraggiose  a confronto con l'oppressione e la condanna a diventare invisibili, volti che rovesciano gli stereotipi di passività e rassegnazione con cui l'Occidente spesso liquida il dibattito sulla condizione femminile nell'Islam. Sono fra le protagoniste più presenti nelle creazioni della visual artist iraniana Shirin Neshat, classe 1957, alla quale è andato qualche giorno fa il Crystal Award (premio attribuito a talenti che abbiano usato l'arte per migliorare il mondo) del World Economic Forum a Davos in Svizzera. Il senso dell'arte della Neshat  è esemplificato in Speechless (1996), fotografia appartenente al progetto 'Women of Allah' (realizzato dalla Neshat fra il 1993 e il 1997),  esposta  nella mostra 'La Grande Magia. Opere scelte dalla collezione UniCredit',evento espositivo con oltre 90 opere, nelle sale del Museo d'arte moderna, il MAMbo a Bologna, fino al 16 febbraio 2014, che ha già avuto oltre 20.000 visitatori. 
   La Neshat, cresciuta in una famiglia iraniana agiata, ha lasciato il suo Paese nel 1974 per andare a studiare negli Stati Uniti, ma dopo la Rivoluzione islamista ha deciso di rimanere all'estero e tornare a casa, brevemente, per la prima volta nel 1990. Un viaggio che l'ha sconvolta, e ha ispirato la direzione che ha preso come artista. Da allora ha preferito un esilio volontario (la sua ultima visita in Iran è del 1996) passato in California e New York, dove ora vive e lavora. Ormai da oltre 20 anni espone in tutto il mondo la sua arte, con cui ha vinto, fra gli altri, la Biennale di Venezia nel 1999. Fotografie, video installazioni, e anche un film, Donne senza uomini (premio per la regia alla Mostra del cinema di Venezia nel 2009), che abbinano rigore formale, poesia, forza emotiva affidata spesso al bianco e nero, e denuncia universale della violenza in tutte le sue forme. Ritratti di un'artista tra Oriente e Occidente, spesso anche soggetto diretto delle immagini, nei quali emergono i controsensi dei entrambi i mondi. ''Molto sulla cultura e l'identità di una società può essere raccontato dallo status e la condizione in cui vivono le donne, dal ruolo che hanno, i diritti a cui possono o non possono accedere, l'abbigliamento a cui devono aderire. Inoltre una donna musulmana  proietta più intensamente le realtà paradossali che cerco di identificare - ha spiegato la Neshat in un'intervista -. Ogni immagine è costruita per amplificare la contraddizione. Il tradizionale femmineo come  la bellezza e l'innocenza da una parte, e dall'altra la crudeltà la violenza, e l'odio, che  coesistono all'interno della complessa struttura dell'Islam stesso''. 

   Nella serie fotografica Women of Allah, la Neshat ha segnato il racconto con elementi ricorrenti, come la figura femminile spesso in un dettaglio (dalle mani di una donna e un bambino in Bonding ai piedi in Allegiance with Wakefulness) con la pelle ricoperta da scritte in farsi, l'antico persiano e un arma presente nello scatto. Speechless, cioè senza parole,  che a ottobre ha anche vinto il sondaggio sulle pagine facebook di Unicredit e del Mambo, nel quale si chiedeva agli internauti di votare l'opera preferita della Mostra, affida il racconto al primissimo piano del volto di una donna velata, ripreso per metà. Una donna dallo sguardo ferito, ma profondo e fiero. Al suo viso, percorso dai versi in farsi, c'è appoggiata la canna di una pistola che spunta da sotto il velo. Un confronto tra estremismo religioso e forza vitale, oppressione e aspirazione ad essere liberi. ''Certamente mi sento emotivamente, psicologicamente, culturalmente e politicamente divisa tra Oriente e Occidente, e anche la mia arte rispecchia questa dicotomia - ha detto la Neshat a Domus. - E' divenuta in certo qual modo uno strumento, un modo per affrontare il mio personale dilemma; ma poi mi sono ritrovata in un dialogo più vasto sulle realtà sociali, politiche e culturali del mio paese e del mondo in generale''.
   Alla luce del cambiamento politico in Iran, la Neshat è ottimista: ''Tra gli iraniani della diaspora, molti si chiedono se sia arrivato il momento di tornare'' ha spiegato in autunno al Corriere della Sera. Intanto sta lavorando a un nuovo lungometraggio: ''Sto preparando un film sulla vita e l'arte della leggendaria cantante egiziana Umm Kulthum, un simbolo universale per le donne, che ha superato ogni barriera . Era amata dagli uomini, le donne, le persone religiose e quelle non religiose, era amata anche dagli israeliani. Penso sia un soggetto molto rilevante e va raccontato''.
 

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