C'è una Zucchina felice che punta all'Oscar, non perdetela al cinema

Del vallese Claude Barras, candidato all'Academy dalla Svizzera è tra i film evento dell'anno

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  • La mia vita da zucchina, in sala dal 1 dicembre
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(di Giorgio Gosetti) - Zucchina (il soprannome subito affibbiato dai compagni al piccolo eroe della storia) è un bambino introverso e solo, ferito dalla morte della mamma e dalla necessità di affrontare il mondo dell'orfanatrofio, preda di una depressione infantile da cui lo riscattano l'amore per una compagna di classe e il calore che alla fine suscita negli amici. Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice, hanno tutti alle spalle storie di durezza e di tenerezza, proprio come lui. E quando si hanno 10 anni il mondo appare un luogo incomprensibile e feroce, uno spazio misterioso in cui si ha paura di tutto, salvo che dell'affetto di chi ti tende una mano.

E' la storia di Ma vie de Courgette del vallese Claude Barras, La mia vita da zucchina, il gioiello d'animazione che arriva in sala il 1 dicembre distribuito da Teodora. Il film, accolto a Cannes (alla Quinzaine des Réalisateurs) come un evento, pluripremiato ovunque, da San Sebastian alla Fiera di Francoforte che gli consegnerà a breve il riconoscimento per il miglior adattamento da romanzo (di Gilles Paris in Italia pubblicato da Piemme) dedicato a bambini e ragazzi, a Lucca Comics & Games, punta all'Oscar dove la Svizzera lo ha candidato per il miglior film straniero e a Miglior film d'animazione europeo agli Efa, caso raro di un film d'animazione che compete con il meglio del cinema di finzione tradizionale.
Il segreto per apprezzarne l'unicità (è un disegno animato realizzato in stop-motion con una quindicina di pupazzi costruiti a mano dal regista e messi in movimento da una formidabile squadra di 150 artigiani) è guardare gli occhi di Zucchina e degli altri personaggi: grandi, rotondi, costantemente mutevoli.

Girato con lunghi piani-sequenza che portano lo spettatore negli spazi più diversi compreso il sogno, "Ma vie de courgette" è un piccolo prodigio di quella tecnica d'animazione cara a Tim Burton e sempre meno frequentata dal cinema commerciale poiché richiede tempi lunghi, professionalità e pazienza: in questo caso sette anni di gestazione e quasi tre di lavorazione. Ma ne vale la pena, ennesima perla di un genere (l'animazione) che sempre di più ha saputo conquistarsi uno spazio d'onore nel cinema per ragazzi che sa parlare agli adulti, tanto da diventare un modello della libertà creativa per gli autori. "Quando hai 10 anni - dice Barras - sono questi i racconti che ti segnano per la vita: la morte di mamma cervo in 'Bambi', la solitudine del ragazzo dei '400 colpi', anche l'amicizia di 'Belle e Sebastien' o lo smarrimento di 'Heidi'. Da adulto ho cercato di ricreare queste emozioni nei 70 minuti del mio film e di sicuro io mi ci sono ritrovato". "Il maestro del fumetto Hergé - dice il regista - ci ha insegnato che per ottenere il massimo realismo bisogna abbandonare la verosimiglianza immediata per restituire l'immaginazione allo spettatore. Io l'ho fatto con un disegno rotondo e ampio per le facce di ciascuno, concentrandomi sullo sguardo che è lo specchio delle emozioni".

L'altra sorpresa viene dalla trama e dal modo in cui la sceneggiatrice Céline Sciamma (un'altra scoperta della Quinzaine dove trionfava nel 2015 con "Diamante nero") ha affrontato il mondo dell'infanzia. Fedele alla tradizione della fiaba dove il dolore, la paura, il disagio accompagnano sempre il processo di formazione del bambino protagonista e del suo lettore, ha dato spessore alla storia di Zucchina.

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