Percorso:ANSA > Legalità > Sicilia > Mafia: Capaci; fatta luce su fase escutiva, 8 arresti

Mafia: Capaci; fatta luce su fase escutiva, 8 arresti

Lari, no mandanti esterni. pm, ombre su svolta terroristica Riina

22 aprile, 15:23

 (dell'inviata Lara Sirignano) (ANSA) - PALERMO, 16 APR - L'ultimo velo sulla preparazione dell'attentato che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta è stato squarciato. E alla luce sono venute le responsabilità dei killer della cosca di Brancaccio, quella del boss Giuseppe Graviano. Per 20 anni sono rimasti impuniti restando fuori dalle indagini sugli eccidi di Capaci e via D'Amelio. Poi le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza ne hanno svelato il ruolo: occultato da un clamoroso depistaggio nell'inchiesta sull'assassinio del giudice Paolo Borsellino, semplicemente ignorati nell'indagine sulla morte di Falcone. Oggi un altro tassello alla difficile ricostruzione della verità sulla stagione delle stragi del '92 e' stato aggiunto: e ha individuato nel clan di Giuseppe Graviano un protagonista chiave della strategia del terrore voluta da Cosa nostra. A fare luce sulla cosca di Brancaccio è stata la Procura di Caltanissetta. A sette esponenti del clan, che avrebbero preso parte alle operazioni di recupero in mare e alla lavorazione del tritolo usato per l'eccidio, sono state notificate in carcere le ordinanze di custodia cautelare chieste dai pm nisseni. Un'ottava misura riguarda il capomafia Salvuccio Madonia, boss di Resuttana che partecipò alle riunioni durante le quali Cosa nostra deliberò il programma stragista e l'uccisione di Falcone. "I dubbi sulla fase esecutiva dell'attentato sono stati dissipati e le ombre sulla presenza di esplosivo bellico fugati", spiega il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. Il tritolo usato per fare saltare in aria l'autostrada, il 23 maggio del 1992, veniva da quattro bombe ripescate nel mare di Porticello e nella zona della Cala, a Palermo. A recuperarlo dall'acqua fu il pescatore Cosimo D'Amato, tra gli otto arrestati. Gli uomini della cosca di Brancaccio - Giuseppe Barranca, Fifetto Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello - lo trasportarono, lo polverizzarono e lo custodirono. A Spatuzza il compito di consegnarlo a Graviano. Insieme all'esplosivo procurato dal boss Giovanni Brusca venne infilato in un condotto dell'autostrada e impiegato per l'esplosione. Ma se sulla fase deliberativa e sulla preparazione dell'attentato i dubbi sembrano risolti, restano le ombre sulla svolta terroristica che Totò Riina, a un certo punto, impresse all'azione di Cosa nostra. "Nella strage di Capaci non ci furono mandati esterni - aggiunge Lari - Nel senso che la mafia non prese ordini da alcuno. Altro discorso sono le possibili alleanze con soggetti esterni". Parole che lasciano intravedere una sorta di possibile convergenza di interessi tutta da approfondire. Come da approfondire è la ragione che indusse il capo dei capi a trasformare Cosa nostra da associazione mafiosa in associazione terroristico-mafiosa. La svolta, il "salto di qualità" i pm lo collocano attorno al 4 marzo del 1992: quando la mafia, che aveva incaricato un commando di organizzare l'eliminazione di Falcone a Roma, abbandona il progetto "facile" e sceglie la via della strage. Il fine, come in tutte le azioni terroristiche è suscitare la paura, "destare panico nella popolazione, creare una situazione di allarme - scrivono i pm - che facesse apparire difficoltosa la reazione degli organi dello Stato così da costringerli a sedere in maniera convinta al tavolo della trattativa". La trattativa, dunque, il patto che Cosa nostra avrebbe stretto con pezzi delle istituzioni che sarebbe costato la vita a Borsellino. "Bisogna fare la guerra per fare la pace", diceva Riina. "E in effetti - dice il procuratore aggiunto Domenico Gozzo - dopo il '94 le bombe non esplosero piu'". (ANSA).

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA