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Asinara, da isola carcere a simbolo antimafia

Qui Falcone e Borsellino istruirono maxiprocesso

17 gennaio, 18:25

(di Luca Fiori) (ANSA) - SASSARI, 19 GEN - SASSARI, 15 GEN - ''Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola''. Questa frase di Paolo Borsellino insieme a quella di Giovanni Falcone, ''La mafia non e' affatto invincibile: e' un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avra' anche una fine'', sono impresse su una targa posta sull'isola dell'Asinara il 22 maggio dello scorso anno (ventennale della loro morte), in ricordo dei magistrati uccisi da Cosa Nostra nel 1992 nelle stragi di Capaci e Palermo. La lastra di marmo e' stata affissa dall'Ente Parco e dal comune di Porto Torres sulla facciata dell'ex foresteria penitenziaria di Cala d'Oliva, dove i due giudici nel 1985, trasferiti sull'isola-carcere per ragioni di sicurezza, cominciarono a istruire il maxiprocesso contro la mafia. Dalla palazzina rossa di Cala d'Oliva, la foresteria che ospito' per quasi un mese Falcone e Borsellino, al bunker di Toto' Riina, la famosa 'discoteca', chiamata cosi perche' aveva le luci sempre accese, anche di giorno, ci sono poche centinaia di metri. Dal 22 maggio dello scorso anno quei pochi metri sono diventati il percorso della legalita', simbolo sardo della lotta alla mafia legata alla storia degli uomini e delle donne che la criminalita' organizzata l'hanno combattuta, sino a pagare con la vita. Da quel giorno ''L'Asinara e' cosa di nuovo nostra'', dissero i promotori dell'iniziativa, un luogo della memoria dedicato a tutte le vittime della mafia. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone arrivarono sull'isola-carcere nell'estate del 1985.
    Tutto deciso in fretta. ''La notizia che la mafia progettava qualcosa contro di noi e i nostri familiari - racconto' Paolo Borsellino - giunse dalla squadra speciale di agenti carcerari che raccoglieva voci e umori delle celle. Fummo presi, io, Giovanni, sua moglie Francesca, mia moglie e i miei tre figli, e in 48 ore catapultati all'Asinara: in aereo fino ad Alghero, poi a Porto Torres via terra ed infine nell'isola con la motovedetta degli agenti''. Per i due magistrati di punta del pool antimafia era difficile continuare a lavorare. Una situazione drammatica. ''I telefoni funzionavano male - disse Borsellino dopo quell'esperienza - e non avevamo con noi le carte. Giovanni era riuscito a portarsi appresso la parte che riguardava l'omicidio Dalla Chiesa. Per me era piu' difficile, perche', per quello che dovevo fare, avrei dovuto portare all'Asinara circa 800 volumi. Siamo stati buttati sull'isola a lavorare per un mese e alla fine ci hanno anche presentato il conto: ho conservato la ricevuta. Pagammo - noi e i familiari - diecimila lire al giorno per la foresteri, piu' i pasti. I magistrati fuori sede hanno diritto alla missione. Ma quella era una missione particolare. Avremmo dovuto chiedere il rimborso. Non lo facemmo, avevamo cose piu' importanti da fare''. Il ricordo di Falcone e Borsellino non e' mai stato cancellato dall'Asinara. Per anni la foto in bianco e nero dei due magistrati sorridenti e' rimasta esposta nel corpo di guardia del supercarcere di Fornelli, riaperto proprio dopo le stragi del 1992. Una cosa non gradita alle decine di boss detenuti in regime di 41 bis. (ANSA).

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