Percorso:ANSA > Legalità > Piemonte > Caselli, l'insegnamento di un procuratore 'accanito'

Caselli, l'insegnamento di un procuratore 'accanito'

A 30 anni da uccisione Bruno Caccia riflessioni su legalita'

20 febbraio, 14:52

(di Mauro Barletta) (ANSA) - TORINO, 15 GEN - Per essere sicuri che morisse davvero gli spararono 14 colpi. Bruno Caccia passeggiava con il cane, senza la scorta cui aveva deciso di lasciare una serata libera, davanti alla casa della precollina di Torino dove viveva con la famiglia. Era il 26 giugno di trent'anni fa. Ed era la prima volta che la 'ndrangheta uccideva un magistrato di una citta' del Nord.
Gian Carlo Caselli, che oggi ricopre lo stesso incarico di Caccia, capo della procura di Torino, parte da qui per un discorso sulla legalita' che intreccia passato e presente, dolore e speranza. E per disegnare il ritratto di uno Stato e di una societa' a volte titubanti, se non peggio, ma che sanno anche reagire. ''Vent'anni fa - dice - sembrava tutto perduto.
Dopo le stragi e la morte di Falcone e Borsellino la nostra democrazia sembrava destinata a diventare qualcosa di diverso. Uno Stato-mafia, un narco-Stato, uno Stato influenzato dalla criminalita'. Davvero, aspettavamo il colpo alla nuca. Invece siamo ancora qui, in piedi, perche' da Palermo e da tante altri parti d'Italia si sviluppo' una riscossa civile, una vera e propria 'resistenza', che stimolo' il contributo di tutti. E l'Italia si salvo'''. Partiamo da Caccia, dunque. Perche'? ''Lo sa cosa ha scritto la Cassazione nella sentenza che ha condannato i suoi assassini? Che era 'accanito contro la criminalita' organizzata'. 'Accanimento' e' una parola che oggi si usa per delegittimare la magistratura. Ma 'accanimento', nel caso di Caccia, significava cercare la verita' con determinazione, senza sconti ne' indulgenze, quale che fosse lo status economico o politico dei soggetti coinvolti. Io sono in magistratura dal 1967 e Caccia, insieme a Mario Carassi, capo dell'ufficio istruzione, e' stato uno dei miei maestri. Mio e di tanti altri. Generazioni di giudici si sono formati con i suoi insegnamenti. Ancora oggi molti di noi, a Torino, espongono in ufficio la sua fotografia''. Trent'anni fa Bruno Caccia, la criminalita', la corruzione. Vent'anni fa Borsellino e Falcone, la criminalita', la corruzione. E una riscossa civile che, lei dice, ha evitato una catastrofe. Ma l'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-Mafia non getta un'ombra su quella stagione? ''Non posso e non voglio entrare nel merito per evidenti ragioni di opportunita', ma devo dire che in quarant'anni di magistratura non ho mai visto niente di cosi' complicato. La semplice lettura del capo d'accusa spalanca un labirinto in cui, per addentrarsi come hanno fatto i colleghi, occorre un coraggio intellettuale non comune. E' un lavoro che si puo' criticare, che si puo' discutere, ma che merita profondo rispetto. Mi viene in mente una frase che pronuncio' Borsellino quando affronto' un'inchiesta particolarmente delicata: 'Mi tremano le vene e i polsi ma e' mio dovere non tirarmi indietro'. Ecco, i pm di Palermo si sono ispirati a questo insegnamento''. La 'ndrangheta monopolizza le cronache ancora oggi. Di recente ci sono stati arresti, processi ma anche assoluzioni. Cosa succede? ''Qui in Piemonte l'operazione Minotauro dimostra che l'attivita' di contrasto e' efficace. Ma c'e' un problema di sottovalutazione. Si pensa che se la 'ndrangheta non uccide non sia pericolosa. E' vero il contrario: se si nasconde e' per una strategia. Non capire questo significa tornare indietro di trent'anni''. La politica cosa puo' fare? ''Finora ha delegato alla magistratura una serie di problemi, dal terrorismo alla criminalita' organizzata, dagli infortuni sul lavoro alla corruzione, che non sa o non vuole risolvere. Pero', senza dirlo, fissa un'asticella: si indaghi pure ma senza oltrepassarla, altrimenti scatta l'accusa di invasione di campo. E' un paradosso. Del resto la nostra politica si caratterizza per la tendenza all'autoassoluzione perpetua. Si pensi alle relazioni parlamentari antimafia: a parte quella di Violante del '93, sono scritte per escludere responsabilita' nazionali e ridurre il fenomeno a semplici episodi locali e isolati. Poi c'e' un'anomalia che tocca profondamente la qualita' della nostra democrazia. In Germania un ministro si e' dimesso perche' ha copiato una parte della tesi di dottorato, qui da noi malefatte ben piu' gravi entrano nel curriculum. Manca, in Italia, la messa in pratica di principi di responsabilita' morale che in altri Paesi funzionano''. E allora? ''E allora non dobbiamo rassegnarci. Dobbiamo continuare a discutere, ad affrontare i problemi. Tanti giovani oggi vogliono cambiare, creare una comunita' piu' giusta, ispirata alla nostra Costituzione. Pensiamo a loro''. Cosa puo' insegnare la memoria di Bruno Caccia? ''Il suo rigore, la sua severita', quella che veniva chiamata 'durezza', non erano altro che l'umile richiamo al rispetto delle regole. Caccia aveva un formidabile senso dello Stato. Era convinto che lo Stato siamo noi. E ognuno di noi deve chiedersi se ha fatto tutto il possibile perche' le cose vadano meglio''. (ANSA).

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA