Videogiochi e lavoro: la preparazione è tutto, ma il talento di più. L’intervista

Videogiochi e lavoro: la preparazione è tutto, ma il talento di più. L’intervista

L’Italia sta vivendo un periodo particolare nell’ambito dello sviluppo di opere multimediali e interattive, come se ci fosse una nuova corsa a delle professioni che in altre parti d’Europa o del mondo sono ormai profili richiestissimi. Mentre le istituzioni si accorgono lentamente di come e quanto rispondere ai giovani che desiderano lavorare in un settore che solamente nel nostro Paese ha mosso 1,029 miliardi di euro nel 2016 (dati AESVI), non mancano concrete risposte dal settore provato. Una di queste è Digital Bros Game Academy, la scuola di formazione post diploma con sede a Milano, concepita e organizzata per preparare figure professionali destinate all’industria del videogioco: Game Designer, Game Programmer e Artist & Animators 2D/3D. Abbiamo parlato con il Co-Founder e Direttore Generale, Geoffrey Davis, per capire quali sono le reali possibilità che una ragazza o un ragazzo usciti dalla scuola superiore possano avere per lavorare in un mondo, quello dei videogiochi e dintorni, che in Italia attirerà sempre più occupazione.

La Digital Bros Game Academy nasce con l’intento di creare una nuova classe di lavoratori in Italia, e sembra che in molti siano interessati a crearsi una carriera nel settore dell’intrattenimento multimediale interattivo. Ci sarà spazio per tutti nel nostro Paese, o assisteremo a un’inevitabile fuga di cervelli anche nel campo dei video games?
La mission della Digital Bros Game Academy è individuare e formare la prossima generazione di talenti per l’industria dell’intrattenimento digitale. Il percorso della DBGA è fortemente improntato al lavoro, nella nostra Academy infatti si vivono le dinamiche di un vero studio di sviluppo e questo ci consente di formare e preparare i nostri studenti per essere job ready.
L’intrattenimento digitale è entrato prepotentemente nel nostro quotidiano e questo ha aperto sicuramente nuove possibilità. Ci sono sempre più persone interessate ad entrare a far parte di questo settore spinte proprio dalle crescenti opportunità che il mercato offre.
Il nostro è uno dei pochi ambiti in cui è possibile dar sfogo alle proprie passioni personali e professionali. È vero, questo crescente aumento di interesse porta a porci la domanda se ci sarà spazio per tutti nel nostro Paese. La risposta è si, ma dipende da noi. Ovvero da aziende come Digital Bros, che forte della sua esperienza trentennale nell’industria del digital entertainment, ha voluto attraverso la DBGA, incentivare e valorizzare i talenti per far crescere l’industria stessa; le istituzioni; una politica orientata al sostegno del talento che innova, la comunità degli investitori.
Ad oggi abbiamo assistito ad una fuga di cervelli anche nel campo dei videogiochi, ci sono tanti esempi di eccellenze italiane residenti all’estero e questo perché in Italia non siamo stati in grado di costruire un contesto politico sociale e fiscale propedeutico a creare valore come hanno fatto paesi più piccoli del nostro, dove il settore dell’intrattenimento digitale è un motore di sviluppo economico.

Sappiamo che in Italia si coltiva una certa peculiarità in ogni campo, e le storie di successo nel campo dei videogiochi Made in Italy sono effettivamente tutte molto particolari. Ma se ci dovessimo ispirare a un tipo di mercato in particolare, quale sarebbe più interessante da prendere ad esempio per l’Italia per formare i propri creatori di games?
Proprio per la natura della creazione e del business dei videogiochi, non c’è solo un settore a cui ci si può ispirare. In realtà è proprio questa la bellezza dell’industria e di chi ci lavora perché convoglia expertise differenti, richiede professionisti e competenze da campi diversi che si incontrano per creare un gioco/prodotto e per gestire la parte di business necessaria per aver successo. Parliamo di competenze che vanno dalla programmazione al UI/UX, all’IA (intelligenza artificiale), allo script writing, alla grafica con specialisti in modellazione 3D fino al marketing e figure specializzate in project management.
Per le produzioni creative ci sono molti mercati a cui far riferimento, per struttura organizzativa e contesto socio politico dove condurre il business guardiamo con attenzione ai Paesi anglosassoni ma, con altrettanto interesse anche ad esempi di eccellenza in Europa, come la Finlandia o l’Olanda. A nostro avviso, l’Italia ha ancora molto da fare per costruire una forte cultura d’impresa per la nostra industria.

Il settore della realtà virtuale, aumentata e mista è in continua crescita e fermento in tutto il mondo, e anche i programmatori italiani sembrano portati a sperimentare in questo senso. Sembra un po’ di essere tornati ai tempi del Commodore 64, nel quale tutti programmavano e nella quantità non mancava mai la qualità. Ci sono molti studenti interessati a questo percorso?
Per antonomasia lo sviluppatore è un curioso, quindi quando arrivano nuove tecnologie vuole approfondire e provare. La realtà virtuale e le esperienze immersive non sono esenti da questa curiosità. L’interesse verso queste aree d’innovazione è tanto e in Italia ci sono varie società che stanno utilizzando e implementando esperienze virtuali in diversi campi. La DBGA, per “saziare” la curiosità dei propri studenti e per essere sempre al passo con cambiamenti ed evoluzioni che riguardano la propria sfera d’azione, ha arricchito il proprio programma di studio introducendo il modulo sulla realtà virtuale. Un programma che permette ai nostri ragazzi di realizzare i primi progetti in VR, utilizzando la tecnologia Oculus.

Dall’esperienza che avete avuto nel contatto con le persone che intendono intraprendere questo tipo di studi, avete notato una motivazione maggiore rispetto magari ad altri campi più “canonici”?
È difficile dire se c’è più motivazione rispetto ad altri campi, tuttavia laddove c’è a priori una forte passione c’è motivazione. Un elemento che accomuna tutti i nostri studenti e chi lavora in questo settore è l’amore viscerale per i videogiochi. Questo sentimento è talmente forte che diventa quasi una necessità. Per queste persone è assolutamente necessario riuscire a lavorare nell’industria dei videogiochi e poter vivere di videogiochi. E questo lo abbiamo verificato nei tre anni di vita dell’Academy con i 170 studenti che hanno frequentato i nostri corsi. È ovvio che lo scopo è quello di trasformare questo amore viscerale in qualcosa di pratico e strumentale per costruire la propria professione. Quando si parte da questo tipo di sentimento è tutto più facile e c’è molta voglia di riuscire a far accadere le cose.

In Italia sono esistite ed esistono diverse realtà di formazione nell’intrattenimento elettronico interattivo. Crede che in futuro anche l’istruzione pubblica potrebbe interessarsi? Gli esempi, anche a livello europeo, non mancano.
Per il momento, in ambito formativo, l’Italia è guidata da esempi provenienti dal privato, ma non mancano università che hanno cominciato ad introdurre percorsi per lo sviluppo di videogiochi. Per quanto riguarda la Digital Bros Game Academy il nostro benchmark per struttura e modus operandi sono le università americane tra cui proprio quelle dedicate all’intrattenimento digitale.

In termini di lavoro, prevede una crescita sostenuta di occupazione dopo gli studi? Sarà un fenomeno che tenderà a crescere per molto tempo ancora, o siamo magari rispetto ad altri paesi un territorio “vergine” nel quale è possibile crescere meglio?
Siamo in un settore molto creativo dove il valore di base lo crea proprio il talento e rispetto ad altri settori più tradizionali, con la crescita del talento cresce anche la produzione e il valore. L’Italia rispetto ad altri paesi che hanno mercati più maturi, è ancora in una fase “embrionale” in cui è possibile, sfruttando le tante opportunità che questo mercato offre, crescere molto.
Per poter agevolare lo sviluppo occupazionale è necessario creare un ecosistema per permettere al talento di realizzarsi. Un sistema ben oleato e funzionale in cui far convivere la formazione, vero motore di sviluppo, le strategie per la crescita occupazionale e la creazione di valore per il mercato. Ed è proprio questo uno dei primi obiettivi dell’Academy, che ha saputo ricreare al proprio interno un ambiente altamente stimolante dove “coltivare” il talento con una formazione basata su un approccio hands-on, studiato sulle esigenze del mercato di riferimento per diventare un polo attrattivo per le aziende e operatori del settore. Seguendo questo approccio, ad oggi a soli tre anni dall’inizio di questa nostra attività, abbiamo avuto eccellenti risultati di job placement: l’80% degli studenti del primo anno accademico (su un totale di 28 studenti) e il 64% del secondo anno (su un totale di 68 studenti) hanno iniziato a lavorare nel settore dopo appena 6 mesi dalla fine del percorso di studi.

Quanto e come le grandi software house sono interessate a nuovi lavoratori, giovani e appena formati? Dalla sua esperienza, quali sono i profili più richiesti?
Le grandi Software house, come anche le aziende più tradizionali che conosciamo più per retaggio culturale, sono sempre alla ricerca di veri talenti perché la base del loro lavoro è il capitale umano. Esistono infatti alcune aziende a cui piace ingaggiare le nuove leve per formarle al loro interno seguendo il loro approccio al lavoro. È ovvio che qualsiasi mercato è ciclico e ci sono dei momenti in cui, le grandi software house, in base ai progetti che stanno seguendo richiedono persone con più esperienza. Attualmente c’è una forte richiesta per i programmatori e spesso la domanda supera l’offerta, ma non mancano anche le richieste per gli specialisti dell’arte e animazione e per i Game Designer con skill molto tecniche o di programmazione o artistiche.

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