Detroit: Become Human per PS4, la recensione

Detroit: Become Human per PS4, la recensione

Ci sono gli esseri umani, e poi c’è l’essere umani. Detroit: Become Human, quinto lavoro di David Cage e della francese Quantic Dream in quasi vent’anni, va a indagare questa sottile differenza con piglio da gioco d’autore. La trama e le scelte, e non il gameplay, sono gli elementi portanti di questa opera: un po’ come il messaggio di un film può costituirne il DNA, anziché gli effetti speciali. Parliamo di film perché, inevitabilmente, è difficile non accostare Detroit alla settima arte: è per certi versi una storia da guardare, se non fosse che Quantic Dream ha perfezionato quanto imparato da Heavy Rain e Beyond raggiungendo un ottimo compromesso tra l’intervento del giocatore e la sua fruizione passiva. C’è sempre qualche porta da aprire, qualche oggetto da raccogliere, qualche azione da compiere in fretta per proseguire, creando una sorta di routine di input tra il giocatore e la macchina. Non a caso. Certo è che, per assurdo, in un “gioco film” come Detroit: Become Human, il controller non si posa mai.

I contenuti, dicevamo: il gioco è ambientato nel 2038 e segue le vicende di tre protagonisti, tutti androidi dalle sembianze perfettamente umane e dai sentimenti altrettanto fragili. Il mondo di gioco è complesso e credibile, e non smette di sollevare questioni politiche, etiche e morali. Un duro percorso di fuga, lealtà e integrazione che rende la metafora chiara sin dal primo minuto di gioco: gli androidi siamo noi, gli androidi sono i diversi, gli androidi sono semplicemente uno specchio che ci mette di fronte alla domanda più grande. Che cosa ci rende davvero umani? La risposta, dice Cage, sta tutta lì: nelle scelte che prendiamo.

In una decina di ore si arriva ai titoli di coda, ma il gioco conclude furbamente ogni capitolo con un diagramma che riassume le scelte prese e rivela (ma non troppo) le alternative. Le differenze sono sostanziali, e inducono a immaginare già una seconda run mentre si finisce la prima. E comunque, resterà forse spazio per una terza. Il lavoro maniacale di Quantic Dream rende il mescolarsi delle situazioni in base ai bivi molto coerente, rivelandosi il più raffinato mai visto in un gioco del genere. E come in ogni gioco di Cage, non mancano persino momenti action e concitati che esulano dalla mera velocità con la quale si premono i tasti. Il giocatore più attento si renderà conto che la differenza tra dover prendere una decisione cruciale in pochi secondi e sparare a quanti più nemici possibile in un gioco “più gioco” di questo è labile, in termini di adrenalina.

Non vogliamo dire nulla sui tre protagonisti: Connor, Markus e Kara sono scritti benissimo e l’effetto scoperta non deve rischiare di essere compromesso. Il cast, basato ovviamente sulla digitalizzazione di attori reali, è ottimo e pieno di sorprese, da quelle più glamour (Jesse Williams, la star di E.R.) ad altre da veri cinefili (uno dei personaggi secondari è interpretato da Lance Henriksen, che in Aliens di James Cameron era proprio un androide). Come ogni regista che si rispetti, David Cage è vanesio e non lesina di disseminare il gioco di citazioni, ma fa anche un grande lavoro di inquadrature e fotografia aiutato da una realizzazione tecnica maestosa. E tra le tante questioni che Detroit solleva, ce n’è una molto importante: siamo forse pronti a lasciarci dietro i dibattiti sul valore culturale del videogioco, e iniziare a giocare consapevolmente a delle opere d’arte?

Editore: Sony
Sviluppatore: Quantic Dream
Piattaforme: PS4
Prezzo: 70 euro

9

PRO

  • Ottima sceneggiatura
  • Contenuti profondi e interessanti
  • Interazione più che discreta
  • Buono il doppiaggio italiano
  • Visivamente ottimo

CONTRO

  • Fa parte di un genere ben preciso

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