Turismo: Fvg; Trieste, l'indomabile anelito di libertà

Storia travagliata e profonda, la bora non riesce a soffiarla via

Redazione ANSA

(di Andrea Pierini)
   TRIESTE - "Avevo una città bella tra i monti rocciosi e il mare luminoso". Con questi versi il poeta Umberto Saba descrive la sua Trieste, la più "giovane" città italiana, con la sua storia complessa e l'architettura ricercata.

Capoluogo del Friuli Venezia Giulia è considerata da sempre crocevia e cuore della Mitteleuropa per i secoli che ha trascorso sotto la protezione degli austriaci e per la posizione geografica. Una città capace di adattarsi al tempo e al luogo.

La storia inizia nel II millennio avanti Cristo con i primi insediamenti protostorici fondati da popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fu tra il X ed il IX secolo a.C. che si creò il legame con la popolazione dei Venetici, antenati dei veneti, che la battezzarono Tergeste ("Terg" mercato ed "este" tipico suffisso dell'epoca preromana).

Poi, a colonizzarla furono i romani, alla metà del I secolo a.C., vi costruirono a valle gli attuali rioni di città vecchia e Cavana, e, sul colle, quello che oggi è San Giusto, un primo avamposto militare.

Indomiti triestini, secoli dopo lo spazzeranno via durante una rivolta contro il giogo austriaco.

Caduto anche l'impero romano la città evitò l'invasione di Venezia, relegandosi però a territorio povero dalle scarse attività, tra le quali la produzione del vino. Il celebre prosecco è forse lo "scippo" storico più importante della Serenissima alla Venezia Giulia. Una attività, quella vitivinicola, praticamente mai sospesa e anzi, di recente sul costone carsico cresciuta molto di qualità, con etichette di primissimo piano: di produzione contenuta ma molto apprezzata i bianchi, Vitoska, Malvasia e Glera; e i rossi Terrano e Refosco.

Quelli sotto l'Austria non furono anni facili anche se furono costruiti due dei tre castelli della città: Duino Aurisina (1389) e San Giusto (1469), simbolo di sottomissione per reprimere l'anelito di libertà dei triestini.

Nel 1719 Trieste, già unico sbocco sul mare dell'impero austriaco, diventò porto franco, una serie di agevolazioni fiscali che la catapultarono nel traffico internazionale mercantile e anche culturale, più di quanto non fosse stato in passato. Intorno all'alacre attività portuale crebbero e si svilupparono nuove figure professionali e la città accumulò le prime grandi fortune che avranno nella finanza e suoi addentellati la riuscita più efficace, con protagonisti tutt' oggi attivi e di caratura internazionale. Il "paese" di 3mila anime divenne una città di 200mila abitanti.

Nonostante le ribellioni e la voglia di libertà, finì sotto i francesi, ma si trattò di una parentesi di pochi anni: caduto Napoleone, Vienna tornò e la adornò con il Canal Grande e il castello di Miramare.

Siamo nella seconda metà degli XIX secolo, l'avvento dei lumi e della scienza si fa sentire e la città inaugura l'alta tecnologia del Tram di Opicina (al momento temporaneamente fuori servizio), unico tram che, grazie a una trazione a cremagliera, si trasforma per un tratto del tragitto, in funicolare fino ad arrampicarsi a Opicina, oltre 300 metri sul livello del mare.

Ma l'impero scricchiola e anche i triestini contribuiscono alla sua caduta con un crescente movimento irredentista. La Grande Guerra decreterà la fine di un'epoca e di un mondo e nel 1918 il regio esercito italiano approdò per la prima volta in città. La nave militare Audace attraccò al molo che oggi porta il suo nome portando la città sotto il tricolore.

Chi pensava sarebbe stato tutto più facile si sbagliò. Il fascismo portò l'università, il faro della Vittoria, ma anche Benito Mussolini, il 18 settembre 1938, per proclamare all'Italia, da piazza Unità, la promulgazione delle leggi razziali. Non fu il solo primato tragico di quegli anni: a Trieste fu realizzato l'unico campo di sterminio con forno crematorio in Italia, la risiera di San Sabba. La guerra prese la piega che si conosce, ma da quest'angolo d'Italia fu forse ancora più cruenta: i giorni della devastante invasione titina, il governo anglo americano e quel crudele strascico di odio con gli jugoslavi che porta il nome di foibe: persone vive gettate a migliaia nelle profonde cavità carsiche, dove avrebbero agonizzato per giorni prima di morire. A Basovizza c'è uno spettrale monumento a ricordo di questa follia; poco lontano dal campo profughi di Padriciano dove giunsero alcuni dei 300 mila esuli dall'Istria. Italiani ai quali Tito aveva garantito salva la vita se fossero partiti immediatamente, a meno che non avessero abbracciato la fede comunista. Partirono da Pola e una volta in Italia furono distribuiti tra decine di campi profughi in tutta Italia. La pacificazione fu lenta e il tricolore fu visto sventolare solo il 5 ottobre 1954.

Pagine poco conosciute in Italia ma che a Trieste sono graffiate indelebilmente sull'epidermide. Oggi la città è una felice comunità nota per le belle 'mule' (le donne), per la Barcolana - la regata più affollata del Mediterraneo e forse del mondo - e soprattutto per la bora, un brand ormai, che spesso soffia a 180km/h.

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