Strage di Bologna, Cavallini: "Denuncerò i familiari delle vittime"

L'ex Nar per la prima volta in udienza nel nuovo processo

Lo sguardo freddo, la voce ferma, risponde sempre a tono e non lascia trapelare emozioni. A 39 anni dalla strage del 2 agosto 1980, che fece 85 morti e oltre 200 feriti, Gilberto Cavallini, oggi 66enne, torna a Bologna e lo fa da imputato nel processo che lo vede accusato, davanti alla Corte d'Assise, per concorso in quell'attentato, per cui sono già stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Non si tira indietro di fronte alle domande di magistrati e avvocati, ma prima di cominciare è lui che parte all'attacco, leggendo una lunga dichiarazione spontanea in cui si scaglia contro l'associazione dei familiari delle vittime: "Mi riprometto di presentare denuncia per calunnia contro gli estensori della cosiddetta scheda Cavallini datata 22 maggio 2014, presente nel fascicolo della Procura, per le falsità e le gravi accuse ivi contenute", ha detto l'ex Nar, riferendosi a una parte dell'esposto dell'associazione, che diede il via alle nuove indagini.

Parole che fanno saltare sulla sedia il presidente dell'associazione, Paolo Bolognesi ("Se arriva la denuncia risponderemo con i documenti"), presente in aula con tanti familiari delle vittime, e provocano lo sdegno del sindaco Virginio Merola: "Cavallini con le sue parole continua ad offendere il sentimento di una città".

Ma l'ex Nar, l'ultimo del gruppo ad essere arrestato, ora in carcere a Terni in regime di semilibertà, va anche oltre: "Fin dall'immediatezza c'è stato il dogmatico convincimento che si trattasse di una strage fascista, di cui la mia presenza qua oggi è solo una tragica conseguenza". E ancora: "L'attentato fu subito decretato come fascista dal Sismi". Per lui, invece, la pista credibile è quella "palestinese" dice ai giornalisti che lo inseguono fuori dal Tribunale in una pausa del processo, e tornare a Bologna "è una cosa umiliante". Per quanto riguarda suoi possibili rapporti con i servizi segreti, Cavallini nega senza esitazioni ("Non scherziamo, mi sono fatto 36 anni di carcere") e in aula dice: "Dopo l'inizio del processo è cominciato un tam tam mediatico per affermare prima che erano state trovate le prove dei pagamenti di Gelli al sottoscritto (sfido chiunque a produrle)", e l'accusa di "essere stato un agente di Gladio. E per finire di avere avuto contatti con strani e equivoci personaggi che vanno dal cosiddetto 'Faccia da mostro' a un certo Titta".

Il 'negro', come lo chiamava Giusva Fioravanti, che Cavallini critica più volte, parla poi della sua fuga nel 1977 dopo il primo arresto, dell'omicidio del giudice Amato, della latitanza in Sud America e di quel maledetto 2 agosto 1980. Quella mattina "ero a Padova con Fioravanti, Mambro e Ciavardini, poi mi allontanai per incontrare un mio conoscente, detto 'il Sub', a cui dovevo far filettare delle armi, ma non intendo rivelare il nome. Tornai da loro dopo un'ora, un'ora e mezzo o due". Cavallini ha negato che si trattasse di Carlo Digilio - detto 'zio Otto', l'armiere di Ordine Nuovo, segretario del poligono di tiro del Lido di Venezia - e di essersi allontanato da Padova quel giorno per andare proprio al Lido. Per la prima volta, però, in maniera chiara, ha confermato che Digilio e 'zio Otto' sono la stessa persona: "Conoscevo Digilio", ha detto.

Mercoledì prossimo proseguirà la sua testimonianza. "Se Dio vuole", ha detto l'ex Nar guardando negli occhi il presidente della Corte d'Assise, Michele Leoni.

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