I 'matti' di Mauro Vallinotto

Le foto-denuncia che fecero storia prima della Basaglia

di Elisabetta Stefanelli TORINO

RIVALTA DI TORINO  - La bambina legata mani e piedi al suo letto di ferro, nuda, che fissa lo sguardo occhi negli occhi con il fotografo che la consegna alla storia, quella grave degli uomini che la perseguitano, quella alta della letteratura che la accompagna verso un destino migliore e ne fa un monito. E poi c'è Ignazio, il ragazzo di appena 18 anni ma che ne dimostra mille, dalla giacca sbilenca e la camicia spiegazzata, che affonda lo sguardo nella rete metallica e che da quel luogo non è mai uscito vivo, anche se poco tempo dopo con la Legge Basaglia, ed erano giusto 40 anni fa, quelli come lui hanno ritrovato la speranza. Lui no, stroncato da un collasso dopo una broncopolmonite non vide ma la vita fuori. L'occhio attento del fotografo, del cronista, era quello di Mauro Vallinotto che entrò a Collegno, via Giulia e poi a Villa Azzurra, dove venivano tenuti i bambini, e di quelle immagini che sono rimaste nell'anima dell'autore come in quella di scrittori quali Simona Vinci che in La prima verità descrisse proprio lo shock provato nel vedere la bambina legata, allora ne fece uno scoop vero pubblicato con coraggio da L'Espresso e ora ne ha fatto una mostra. Sarà aperta dal 12 aprile al 10 maggio a Rivalta di Torino, al Castello degli Orsini con il titolo 'matti. dall'emarginazione all'integrazione a 40 anni dalla Legge Basaglia'. "Per testimoniare questa indicibile realtà, alla fine del 1968 - ricorda Alberto Papuzzi nel testo introduttivo della mostra - Mauro Vallinotto si introduce con la macchina fotografica celata sotto gli abiti nei reparti di Collegno e via Giulia. Poi nel 1970, grazie alla complicità di alcune assistenti sociali, scandalizzate da quello che dovevano vedere, entra anche a Villa Azzurra. La pubblicazione sul settimanale L'Espresso delle fotografie dei bambini legati alle sbarre dei loro lettini porta a un intervento della magistratura e al progressivo smantellamento della struttura". Ora a 40 anni di distanza il fotografo riannoda il filo di quella tragedia con un viaggio nelle realtà terapeutiche che hanno sostituito i manicomi, dalla comunità alla vita in mezzo agli altri.
    84 immagini in un rigoroso bianco e nero che raccontano il dolore di quei giorni e di quegli edifici in cui "tutto da secoli è durezza, bruttezza e privazioni" come scriveva Camilla Cederna nel 1969. Ma Vallinotto racconta con il suo sguardo come sospeso nel tempo, 'classico' direi, anche il riscatto di oggi dopo quella legge del 1978 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale, ha sancito la chiusura dei manicomi in Italia e trasformato il 'matto incurabile' in una 'persona bisognosa d'aiuto'. "L'esperienza di quegli anni mi è rimasta dentro - conferma Vallinotto all'ANSA - e non la considero un lavoro concluso. Per questo nel 2015, dopo il caso di un ragazzo morto dopo un TSO fatto dai Vigili Urbani (ancora oggetto di un processo) mi sono chiesto come fosse possibile morire ancora così. In questo nuovo viaggio tra coloro che provocatoriamente mi piace chiamare 'matti' - spiega ancora - ho riannodato il filo cercando di capire come vivano oggi. Ho incontrato persone come Alberto, che mi chiama tutti i giorni o Simona con il suo rap che mi ha fatto piangere e che ora lavora come barman".
    Di tutto questo si parlerà anche in un convegno il 19 aprile nella sala conferenze del castello di Rivalta, con Vinci, Perissinotto e molti psichiatri e operatori del settore moderati da Alberto Sinigaglia. 
   

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