Emanuele Cavalli e la ricerca del "tono giusto"

Anticoli Corrado omaggia il pittore della Scuola Romana

Luciano Fioramonti ROMA

    ANTICOLI CORRADO - Il nome di Emanuele Cavalli occupa un posto particolare tra gli esponenti della Scuola Romana. La definizione utilizzata dagli Anni Trenta per il gruppo di pittori impegnati nella ricerca figurativa in antitesi con l' arte ufficiale legata al Fascismo venne coniata nel 1933 dal critico francese Waldemar George proprio per le opere della mostra in una galleria di Parigi di cui Cavalli fu protagonista insieme con Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi ed Ezio Sclavi.
    L' artista nel dopoguerra finì nel cono d' ombra a causa della fedeltà alla sua linea in un momento in cui la pittura italiana si stava orientando verso l' astrattismo e l' informale. Su di lui concentra l' attenzione il Museo d' Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado (Roma) presentando fino all' 8 dicembre una trentina di opere selezionate da Manuel Carrera.

La mostra "Emanuele Cavalli. tono e forma - realtà e magia", vuole rendere giustizia, spiega il curatore, a un artista che nonostante i riconoscimenti ottenuti nel periodo tra le due guerre mondiali "è stato talvolta trascurato da una letteratura storico-artistica distratta" e addirittura escluso in alcune rassegne anche recenti dedicate alla Scuola Romana.

Emanuele Cavalli (Lucera 1904 - Firenze 1981) giunse a Roma nel 1921 e frequentò il borgo di Anticoli - amato fin dalla metà dell' Ottocento da pittori italiani e stranieri che lo scelsero come luogo d' elezione anche per la bellezza delle sue giovani donne - negli anni della sua formazione per seguire il maestro Felice Carena. Il lavoro su accordi cromatici e tonalismo,frutto della sintesi "tra la modernità del linguaggio geometrizzante post-cubista e i richiami ai grandi maestri dell' arte antica, da Masaccio a Piero della Francesca", lo portò a firmare con Capogrossi e Roberto Melli, sempre nel 1933, il "Manifesto del Primordialismo Plastico".

L' artista approfondì i rapporti tra i toni della pittura e quelli della musica non solo nei ritratti e nei paesaggi, ma anche in numerose nature morte. Uno dei temi centrali è la figura: volti, ma anche grandi composizioni e nudi, come Il bagno del 1937, e Figure allo specchio del 1939, uno tra i capolavori più noti del pittore pugliese. In uno scritto del 1938 Cavalli affermava che "in una perfetta composizione nessuna linea, nessuno spazio potrà avere mutamenti o spostamenti; un colore rosso, per esempio, non potrà essere sostituito da nessun altro tono neppure di qualità, come un altro tipo di rosso. L'impostazione tonale, la composizione di colore è tale che a due toni ne succede un terzo che danno la tonalità. A somiglianza dei suoni".

La figlia Maria Letizia ricorda quando lo vedeva intento e "la frenesia del suo pennello sempre alla ricerca del tono giusto". Nei primi mesi del 1924 Cavalli si trasferì a Parigi entrando a far parte del gruppo di "Italiens" che nella capitale francese cercavano stimoli nuovi e un palcoscenico internazionale. Ad influenzarlo in modo particolare fu Fausto Pirandello, con cui condivideva l' interesse per le discipline esoteriche e i culti misterici. Proprio nei periodi trascorsi ad Anticoli Cavalli si dedicò ai dipinti più enigmatici e rarefatti. Nel 1935 sposò Vera Haberfeld, nipote di un famoso psicanalista, e si traferì ad Anticoli dove restò per 11 anni.
    Alla fine della guerra l' artista ottenne un riconoscimento dalle autorità inglesi per aver aiutato molti militari a fuggire dai campi di prigionia. Negli anni successivi Cavalli, che si era trasferito a Firenze per insegnare pittura all' Accademia di Belle Arti, affrontò il suo periodo più difficile.
    Molti amici, Cagli e Capogrossi in primis, con cui aveva condiviso battaglie e ricerca artistica si erano convertiti all' astrattismo. Per lui che continuò fino alla fine per la sua strada fu un colpo duro, aggravato anche dal mancato rinnovo dell' incarico di insegnante. Cavalli si interrogò sul senso di fare arte e arrivò a distruggere molte sue opere.

Quando nel 1972 morì Capogrossi, che lo aveva deluso profondamente per la scelta di campo, scrisse: "Dal 1919 quanta parte della vita giovanile, degli amori, delle speranze di un tempo, delle inquietudini per la formazione nel cammino dell'arte, tutto finito, molto di questo finito da tempo anche per lui, forse dimenticato... Oggi, non desidero altro che di ritornare nel mio guscio, sia pure sporco e incerto. Mi pesa, mi disturba di essere distratto e distolto da me stesso". 
   

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