Al Palatino i maestri del contemporaneo

Dal 28/6 100 opere di grandi artisti da raccolta Tullio Leggeri

di Nicoletta Castagni ROMA

 ROMA - Da Duchamp a Cattelan, da Marina Abramovic a Gino De Dominicis a Vedovamazzei, i maestri del segno contemporaneo faranno rivivere grazie alle loro opere gli spazi senza tempo del Palatino con una grande mostra allestita dal 28 giugno al 29 ottobre nella vasta area archeologica.

Allestiti circa cento lavori, tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta, provenienti dal museo 'Alt', creato dall'architetto Tullio Leggeri, uno dei maggiori collezionisti italiani, impegnato fin dai primi anni '60 a sostenere lo sviluppo creativo di generazioni di artisti.

Dal titolo 'Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino', l'importante iniziativa è stata presentata dal soprintendente Francesco Prosperetti, che ha voluto sottolineare come anche quest'anno lo scopo di portare l'arte contemporanea tra lo Stadio Palatino, il peristilio inferiore della Domus Augustana, le terrazze e le Arcate Severiane sia quello di "riannodare un rapporto vivo e vitale tra questi luoghi e il pubblico". Il gesto contemporaneo indispensabile dunque per conferire una nuova vitalità alle antiche vestigia, che diventano quinte monumentali ricche di suggestione, tanto da ispirare numerosi artisti che hanno ideato appositamente i loro lavori per il Palatino.

Attraverso differenti percorsi che introducono a nuove modalità di comprensione dell'antico, le opere selezionate dai curatori Francesco Prosperetti e Alberto Fiz tra le circa mille custodite nella raccolta Leggeri vogliono essere un invito a riflettere sulla memoria, sul significato delle rovine e le visioni della modernità. Basti pensare ad 'After Love' di Vedovamazzei, la villetta suburbana tutta sbilenca come quella di 'One Week' (1920), film di Buster Keaton, caratterizzato da un'amara quanto esilarante parodia dello stereotipo della provincia felice. Del resto, l'allestimento propone tematiche essenziali: le Installazioni architettoniche in situ, che appunto accostano archeologia e arte contemporanea, le 'Mani', disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, quale simbolo comunicativo e forza creatrice e infine i 'Ritratti', considerati traccia identitaria per eccellenza e genere in cui gli antichi romani primeggiarono. E se tra i lavori realizzati appositamente per la mostra figurano la lupa smunta che non riesce ad allattare di Ugo La Pietra o il tempio greco-romano di Gianni Pettena, "il contemporaneo non vive in modo statico la storia'', sottolinea Alberto Fiz.

Con il risultato che i lavori proposti dagli artisti trasudano ironia. "Si tratta di interventi problematici - ha proseguito il curatore - e non di plagio di antichità, idea per me necrofila. In ogni installazione allestita, c'è invece un elemento di nuova analisi". Tra le altre opere della grande esposizione al Palatino, in gran parte ancora in via di allestimento, figurano 'Mambo a Marienbad' di Marina Abramovic, un rimando alla dimensione soggettiva della memoria ispirato al celebre film di Alain Resnais, 'Untitled' di Maurizio Cattelan, lo specchio-zerbino, collocato nel tunnel che collega lo Stadio con l'Ovale di Teodorico, zona di passaggio obbligato, o i 'Rotoreliefs', i cartoncini serigrafati cui Marcel lavorò dagli anni Venti.

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