Serenata di dolore e speranza per Amatrice che non c'è più

Un luogo dell'anima e dello spirito, oggi sepolto dalla polvere

di Elisabetta Stefanelli ROMA

AMATRICE - ''Adesso piazzetta, fontana e panchine sono un ricordo. Tabula rasa: solo pietre e polvere. Chissà se facevano davvero le serenate, quando ad Amatrice c'erano ancora le finestre, con le case e le strade e tutto il resto''. Si perché tutto parte da una serenata, una straordinaria serenata inedita di Belli, scritta proprio nel dialetto di Amatrice dove il poeta della romanità chissà come e chissà perché, passava le vacanze. Da qui parte Elena Polidori, giornalista che scrive per le pagine economiche de la Repubblica in 'AMATRICE NON C'E' PIU' ma c'è ancora' (Neri Pozza, pag. 138, Euro 13,50), un libro, quasi un romanzo, per raccontare ieri e oggi con curiosità e insaziabile affetto un luogo sepolto dalla polvere. Un atto d'amore, come una serenata appunto, per un luogo così amato già dal padre, al punto da divenirne persino sindaco per due volte, dopo averlo scelto come luogo di studio e di relax. Ma la polvere non ha sepolto la storia.

''Nulla era come prima'', si vedeva il cielo dove c'era stata la torre, rimanevano le piante ma non le mura sbriciolate. Allora, distrutta anche l'ultima tazza che ricorda la storia della famiglia, serve un taccuino per non dimenticare. Una dichiarazione d'amore, per un luogo che era rifugio, sostegno, consolazione fin da piccoli. Poggio e il suo carico di odori forti, di tempi spensierati, che nella mente dell'autrice torna come una poetica cantilena per rendere omaggio alla bellezza di qualcosa che non esiste più, se non nella sua mente. Non un posto glamour, un luogo dove non si incontrava nessuno, dove si facevano chilometri a dorso di mulo, passeggiate in montagna.

    ''In quel piccolo regno c'era tutto quello che serviva''. Poi l'Apocalisse. ''Manca qualcuno? Chi manca? Ci si conta, come si fa per le pecore. Sdraiato su un prato, un giovane si tiene la testa tra le mani. Era stato un eroe, durante il trambusto, aveva agguantato gli amici per tirarli fuori in tempo, ma ora guarda nel vuoto e piange in silenzio''. La bella prosa della memoria di Elena Polidori è intervallata così, da corsivi come flash del disastro, di cui è difficile liberarsi, nonostante la terapia post traumatica che non è mancata. ''Il Poggio era un desiderio fisso. Si sognava il relax. Si mitizzava l'assenza di motori''. Qui dove la cultura domina da secoli nel senso più ampio del termine, da quella editoriale a quella orafa, a quella del cibo. ''Poi la fine del mondo''. Un luogo dell'anima e dello spirito per l'autrice quindi.
    Fino all'ultima bellissima estate del 2016. E l'articolo di quella notte, l'unico scritto a quattro mani da lei e il marito, Filippo Ceccarelli, della loro lunga carriera. Il più complesso, il più doloroso dopo la fuga, lei, lui, la figlia e il cane.

    Come la perdita della fede nuziale sotto le macerie. Poi ritrovata da un vigile del fuoco sensibile ai simboli. L'oggi è quello del circo delle macerie post tragedia, un ricorrersi di set, di personaggi in visita, di concerti e iniziative. Forse necessari, scrive Polidori, forse eccessivi. E il sindaco non a caso ha dovuto anche vietare i selfie della tragedia divenuti una sfacciata consuetudine in barba al dolore. C'è il nuovo, che è altro, l'antico non esiste più.
   

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