Raffaello, ha un nome il "barbuto" della Scuola di Atene

Per lo studioso Mangani si tratterebbe del cartografo Colocci

Luciano Fioramonti ROMA

       STANZA DELLA SEGNATURA VATICANA - Non Zarathustra come pensò Giorgio Vasari, né il cosmografo antico Strabone come si era ipotizzato successivamente, e nemmeno Baldassarre Castiglione, il letterato e diplomatico che non aveva interessi geografici: l' uomo barbuto con un cappello esotico e con il cosmo nella mano destra tra le figure centrali dell' affresco 'la Scuola di Atene' di Raffaello, nella stanza della Segnatura Vaticana è Angelo Colocci, quasi sconosciuto oggi ma molto noto nella prima metà del Seicento nell' ambiente culturale romano oltre che amico del grande pittore. Lo afferma Giorgio Mangani, che insegna Management dei patrimoni d'arte all'Università Iulm di Milano e ha dedicato molti libri alla storia del pensiero geografico. Lo studioso illustra il risultato delle sue ricerche nel volume La bellezza del numero. Angelo Colocci e le origini dello stato nazione, (Il Lavoro Editoriale, 176 pp, euro 25).
    "Per mezzo secolo - spiega Mangani - gli storici dell'arte hanno tentato di identificare queste figure con i volti dei contemporanei che si sa ispirarono Raffaello e i progettisti del ciclo pittorico della Stanza. L'intenzione dei dipinti era infatti quella di enfatizzare il nuovo ruolo che la cultura classica aveva assunto nella Roma di Giulio II". Colocci (Jesi, 1474 - Roma, 1549) sembra anche il vero ideatore dei contenuti del ciclo iconografico, "anche perché raffigurato vicino all'autoritratto di Raffaello e a quello forse del Sodoma, cui si attribuisce parte delle decorazioni del soffitto". Colocci fu Segretario apostolico sotto Giulio II e poi con Leone X, presidente dell'Accademia Romana, la principale istituzione culturale romana del tempo, della quale faceva parte anche un altro personaggio, Tommaso Inghirami, raffigurato come Epicuro nell'affresco, bibliotecario vaticano, cui alcuni hanno attribuito un ruolo importante nella sua progettazione. Il letterato era anche il più grande collezionista di antichità nella Roma dei suoi anni, studioso di geografia, cosmografia, di architettura, ma fu anche teorico della lingua volgare e pioniere della filologia romanza.
    Ricostruendo la figura e l'opera di Colocci, rimasta inedita e confinata in circa duecento manoscritti depositati nella Biblioteca Vaticana, Giorgio Mangani spiega, sulla scorta anche degli studi dei suoi predecessori, come la stessa struttura architettonica e iconografica della Stanza della Segnatura, cioè le decorazioni del soffitto e del pavimento, i temi degli affreschi dipinti da Raffaello sulle quattro pareti (Teologia, Filosofia, Poesia, Giustizia), "appaiano come la fedele sceneggiatura delle teorie che Colocci andava elaborando insieme a una cerchia di intellettuali che facevano parte dell'ambiente della Curia pontificia, tra i quali il cardinale Egidio da Viterbo, lo stesso Inghirami, il canonico di San Pietro Giovanni Battista Casali ed altri, anch'essi chiamati in causa spesso come possibili autori dei contenuti del programma iconografico".
    Colocci, che era amico di Raffaello e di Bramante, venne anche coinvolto finanziariamente nella riconfigurazione urbanistica ed edilizia di Roma (era tra gli uomini più ricchi dell'urbe, abile speculatore e proprietario di interi quartieri e di quasi tutto il colle del Quirinale). Tra le curiosità contenute nel libro si cita anche il legame tra Colocci e Francesco Gentiloni, il socio al quale vendette il palazzo vicino al Quirinale in cui la famiglia del premier vive tuttora. E di proprietà del ricco Colocci era anche il terreno dove oggi sorge il Palazzo del Nazareno, attuale sede del Pd, sul quale allora sorgeva la sua grande villa.
    A sostegno della sua interpretazione Mangani, che ha insegnato materie geografiche nelle Università di Urbino, Ancona, Bergamo e Bologna, porta molti altri argomenti a partire dalla somiglianza del volto con un ritratto di Colocci del XVIII secolo, fino a ricordare che veniva definito nell'ambiente come "il cartografo" e paragonato, in un poema celebrativo, a Ercole che teneva il mondo sulle sue spalle.
   

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