Da Kenzo Tange a Toyo Ito, The japanese house

Al Maxxi, la prima mostra italiana dedicata alla casa giapponese

Redazione ANSA ROMA

(MAXXI) ROMA - La bellezza raffinata della Villa Imperiale di Katsura affacciata sui giardini giapponesi più belli del mondo e la semplicità delle case rurali minka degli anni '50. Il movimento Metabolista degli anni '70, con progetti emblematici come la Nakagin Capsule Tower Building, e il gioco, la sperimentazione di icone come la Miyajima e la Face House. Ma anche l'Arimasuton Building di Oka, dove la forma delle abitazioni è definita dagli stessi inquilini che le devono abitare. Debutta domani al Maxxi ''The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi'' (fino al 26 febbraio), mostra co-prodotta con Japan Foundation, Barbican Centre di Londra e Museum of Modern Art Tokyo (che la attendono a marzo e in estate) dedicata al tema della casa nell'architettura e nella società giapponese. Un viaggio che corre attraverso la creatività di archistar come Kenzo Tange, Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Shigeru Ban; di alcuni dei loro maestri finora meno conosciuti in occidente, come Seike Shirai, Kazuo Shinohara, Kazunari Sakamoto; e di un gruppo di giovani promettenti progettisti, per raccontare come, a partire dal Giappone azzerato dalla Seconda Guerra Mondiale ed economicamente incapace di progettare grandi insediamenti pubblici, le città si siano lentamente trasformate in corpi vitali, apparentemente disordinati e in espansione continua, in cui piccole case unifamiliari vengono costruite, demolite e ricostruite senza sosta.
    Nata da un'idea di Kenjiro Hosaka e Yoshiharu Tsukamoto e curata da Pippo Ciorra, Senior Curator del MAXXI Architettura, con Kenjiro Hosaka e Florence Ostende, ''The japanese house'' è anche la prima mostra in Italia su quel luogo concettuale, oltre che fisico, che è la casa giapponese, da sempre al centro dell'immaginario di tutto il mondo dal cinema al design, ma che in patria vede incontrarsi e scontrarsi due elementi fondamentali della modernizzazione del paese: la tradizione, con il suo sistema di regole e consuetudini, e la propensione all'innovazione e alla ricerca espressiva più radicale.
    Così nell'allestimento disegnato da Atelier Bow-Wow, pensato per riprodurre la sensazione spaziale degli edifici presentati, scorrono i lavori di tre generazioni di progettisti con oltre ottanta modelli di case e sessanta autori dal dopoguerra a oggi, in un intreccio di genealogie lungo settant'anni. Attraverso disegni, modelli, fotografie d'epoca e contemporanee e poi video, interviste, spezzoni di film, manga, in quattordici aree tematiche si va dalla ricerca della Japaneseness, la vera identità dell'architettura giapponese intorno a cui si accese il dibattito negli anni '50, alle grandi produzioni di massa, la scoperta del cemento armato con la Reinanzaka Housedi Raymond e gli edifici di Azuma, l'invenzione della forma aperta con le Silver Hut e House F di Ito e Sakamoto e la casa intesa come opera d'arte con l'House in White di Shinohara. Fino all'Expo '70 di Osaka o la ricerca della leggerezza assoluta nella Small Bathhouse in Izu di Kuma e Shinohara, sospesa su una sorgente termale. Nel percorso, anche riproduzioni in scala reale di frammenti e sezioni di edifici come la House U di Toyo Ito, il rifugio di emergenza di Shigeru Ban e altri elementi essenziali dello spazio domestico giapponese. Workshop per tutto il periodo della mostra, dalla Carta Washi all'Ikebana.(ANSA).
   

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