Le mappe del mondo tra arte e guerra

Dal 6/11 alla Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso

di Nicoletta Castagni

+TREVISO - Tra arte e guerra, bellissime mappe e atlanti, antichi e moderni, provenienti in gran parte dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, sono in mostra fino al 19 febbraio a Treviso, negli spazi di Palazzo Bomben, affiancate a opere contemporanee ispirate al tema. Che è quello della grande forza comunicativa e persuasiva delle carte geografiche, non verbale, ma sempre in grado di influenzare l'opinione pubblica, ieri come oggi, contribuendo a generare la conflittualità tra le popolazioni, a costruirla nel tempo. Intitolata 'La geografia serve a fare la guerra?', l'importante esposizione è stata realizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con la partnership di Fabrica ed è stata curata da Massimo Rossi. Responsabile della raccolta, Rossi ha potuto contare su un vasto patrimonio cartografico, suddiviso per fondi e serie, prevalentemente composto da materiali contemporanei, tavole elaborate dall'Istituto Geografico Militare Italiano, carte tecniche regionali, cartografie catastali, plastici, aerofotogrammetrie, carte da satellite, ortofotocarte.

    La mostra trevigiana vuole in particolare essere un contributo nel contesto delle celebrazioni della Grande guerra, quindi la selezione del curatore si è concentrata sul periodo storico che va dalla fine dell''800 agli inizi del '900, ma parte dall'antichità e arriva all'oggi per raccontare anche un'altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari. Suddiviso in tre sezioni, il percorso espositivo si apre con quella dal titolo 'Rocce e acque', dove viene illustrato il processo per cui, con un semplice e perentorio segno (il cosiddetto confine naturale) nelle mappe monti e fiumi diventano strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni fino a trasformarli da 'espressione geografica' a stati.

Si prosegue con 'Segni umani', che spiega l'uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l'idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica, mentre la sezione conclusiva 'Carte da guerra' pone l'accento, nel contesto della Prima guerra mondiale, sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili. Vale a dire, simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili a oltre 100 metri di quota e, percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini.

    Attraverso le opere in mostra diventa evidente il contributo delle carte a mettere ordine in un mondo altrimenti caotico, soprattutto nominando i luoghi per consentirne la conoscenza, uno a uno. Del resto, in tutte le epoche, le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi un potere a volte aggressivo. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori. Basti pensare all'olandese Niew Amsterdam che diventa l'inglese New York, la tedesca Karfreit mutata nell'italiana Caporetto per diventare la slovena Kobarid, mentre l'asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno.

E se, per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse, nascono l' 'Alto Adige', la 'Venezia Tridentina', la 'Venezia Giulia', a volte, nel caso di un fiume, semplicemente basta cambiare il genere. Ecco dunque che la secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 e diventa 'Il Piave', per offrire così maggiore resistenza virile all'invasione austriaca e rassicurare l'immaginario collettivo della giovane nazione italiana. La mostra parla anche di un'altra geografia possibile, necessaria per riflettere e agire sul mondo quando si prova a osservarlo dall'alto sfogliando le pagine dell'atlante rinascimentale di Abramo Ortelio che adotta il medesimo punto di vista di Dio, o contemplando The Blue Marble, la prima fotografia del pianeta terra vista dall'obiettivo degli astronauti dell'Apollo 17. Una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica , come testimoniano i tappeti geografici e alcune opere di artisti contemporanei.

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