Terremoto, la sequenza Italia centrale non è conclusa

Ingv, ancora 30 scosse al giorno

Enrica Battifoglia

Dal terremoto che il 24 agosto 2016 ha travolto Amatrice la terra non smette di tremare in Italia centrale, tanto che per i sismologi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) "tecnicamente la sequenza non può considerarsi conclusa, anche se certamente il numero e la magnitudo degli eventi è diminuito notevolmente negli ultimi mesi". Attualmente, scrivono sul blog dell'Ingv dedicato ai terremoti, "rileviamo ancora una media di 30 eventi al giorno, la maggior parte dei quali di magnitudo minore di 2.0".

In due anni i terremoti avvenuti in quella zona sono stati numerosissimi: "93.000 quelli registrati dalla rete sismica nazionale, ai quali bisogna aggiungere quelli rilevati dalle reti locali e mobili, di intensità molto piccola", ha detto all'ANSA il sismologo Alessandro Amato, dell'Ingv. "Quelli che si stanno analizzando con tecniche diverse sono decine di migliaia in più", ha aggiunto.

I ricercatori continuano a lavorare sui tantissimi dati raccolti finora da sismometri, satelliti radar, accelerometri e Gps: l'obiettivo è elaborare modelli capaci di spiegare aspetti del comportamento delle faglie finora sconosciuti. "Si vuole riprodurre la deformazione avvenuta nel terreno", ha spiegato. Avere tanti dati diversi significa affrontare una grande complessità ed è per questo che, "pur nell'accodo generale sul movimento delle faglie in profondità, ci sono dettagli diversi da un modello all'altro.

Ormai il grosso dei dati è stato analizzato, ma - ha rilevato - si fanno analisi con metodi diversi, che richiedono più tempo e dettaglio". Questo "ci aiuta a fare previsioni statistiche più accurate sulle repliche e a capire zone complesse come questa dell'Italia centrale, nella quale interagiscono diverse faglie". Sebbene siano avvenuti tutti nell'Appennino, i terremoti di Amatrice, dell'Aquila e prima ancora quello di Colfiorito sono stati molto diversi fra loro: non c'è regolarità. La speranza - ha detto Amato - è che tante analisi, sempre più capillari, ci aiutino a capire questa diversità".

Anche conoscere i terremoti del passato può essere molto utile: nelle zone del terremoto si costruiscono trincee per cercare le tracce di sismi molto antichi, fino a 18.000 anni fa. Questo aiuta a ricostruire i tempi di ritorno dei terremoti, che in alcuni casi possono essere molto lunghi, da mille a 3.000 anni. "Confronti fra terremoti antichi e recenti aiutano a capire il comportamento delle faglie e queste conoscenze - ha concluso Amato - sono importanti per valutare la pericolosità".

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