Un secolo fa le radici della bionica, affondano in Italia

Il pioniere un medico toscano

Redazione ANSA

Nulla a che fare con la fantascienza né con scenari futuristici: le origini della bionica affondano nella fine dell'800, quando un medico italiano cominciò a porsi il problema di riuscire a restituire il movimento delle mani a chi le aveva perdute e aveva bisogno di una protesi. A ricostruire questa storia inedita, sulla rivista Neurology, sono i ricercatori dell'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, del Policlinico di Milano e del Politecnico di Losanna (Epfl).

Ad aprire la strada della bionica era stato Giuliano Vanghetti, nato nel 1861 a Greve (Firenze) e vissuto a Empoli. Gli autori della ricerca lo indicano come il fondatore della neuroprotesica, ossia la branca della scienza che studia gli arti bionici mossi dal pensiero. Ad avvalorare questo ruolo da apripista del medico è stato il materiale conservato nel Fondo Vanghetti della biblioteca comunale 'Renato Fucini' di Empoli (Firenze).

Dai documenti emerge che Vanghetti aveva cominciato a studiare le tecniche dopo la battaglia di Adua del 1896, durante l'invasione coloniale dell'Etiopia da parte delle armate italiane. Il medico italiano voleva dare movimento alle protesi degli almeno 800 soldati eritrei inquadrati nelle forze italiane, gli Ascari, ai quali gli Etiopi avevano amputato la mano destra e il piede sinistro perché considerati traditori.

Dopo i primi esperimenti sulle galline, nel 1900 Vanghetti ha sperimentato la sua tecnica sull'uomo e, come rilevano gli autori della ricerca, "è stato il primo a sfruttare i movimenti naturali dei muscoli residui per attivare la protesi meccanica, collegata direttamente ai muscoli e ai tendini".

Tuttavia l'accoglienza da parte dei medici dell'epoca non è stata delle migliori: molti preferivano una variante utilizzata da medici tedeschi all'inizio del '900, non riconoscendogli la paternità del metodo.

Nonostante ciò a Vanghetti non sono mancati riconoscimenti importanti, come la candidatura al Nobel nel 1923 e i premi dell'Accademia dei Lincei e dalla Croce Rossa Italiana. "Per certi aspetti - dicono i ricercatori di Vanghetti - è stato un visionario e forse proprio per questo solamente oggi, finalmente, riceve dalla comunità scientifica quel pieno riconoscimento che in vita non ha avuto".

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