La radioastronomia e le sue sfumature

di Riccardo Bevini, III B Itis 'E. Fermi', Modena

Redazione ANSA

Per parlare di radioastronomia è necessario prima introdurre il concetto di “radiazione elettromagnetica”.
Con questo termine si intende una forma di energia capace di trasmettere e propagare le onde elettromagnetiche, cioè quel tipo di onde caratterizzate da una natura elettrica e una magnetica. I quasar, per esempio, sono oggetti molto compatti in grado di emettere grosse quantità di energia nello spazio.

La radioastronomia studia i fenomeni celesti attraverso la misura delle onde radio emesse da processi fisici che avvengono nello spazio. Le onde radio sono molto più lunghe rispetto a quelle delle luce e perciò sono necessarie grosse antenne, o meglio parabole, per intercettare tali segnali.

Il radiotelescopio è un apparecchio che rientra nella radioastronomia e molto simile a un comune ricevitore radio, con la sola differenza che non è in grado di rilevare le grandezze dei segnali audio.
E' formato da un riflettore che funziona come lo specchio o la lente di un telescopio, un'antenna che è l’analogo dell’occhio ed infine un ricevitore radio con un sistema di registrazione e analisi che può essere immaginato come la lastra fotografica di un telescopio ottico. La sua struttura è composta in gran parte da una parabola il cui diametro può variare alterando sensibilmente la luce raccolta e il potere separatore cioè la capacità di distinguere due oggetti a distanza ravvicinata. Queste misure però, sono misurate in lunghezze d'onda e non in metri.

In Italia i radiotelescopi sono presenti in vari siti, il più famoso è quello di Medicina, a Bologna, chiamato “Croce del Nord” e costruito nel 1964. È formato da due bracci disposti a T, uno orientato in direzione Nord - Sud e l'altro in direzione Est – Ovest e prende il nome da questa forma particolare.
Il braccio Est - Ovest è costituito da un'antenna con un riflettore a forma di cilindro lungo 564 m e largo 35 m. Il braccio Nord - Sud, lungo 640 m, è formato dall'allineamento di 64 antenne di forma analoga lunghe ognuna 23,5 m, larghe 8 m, e poste ad una distanza di 10 m l'una dall'altra. Entrambi i bracci sono orientabili solo in direzione Nord - Sud, per cui le sorgenti sono osservate quando transitano sul meridiano, per effetto della rotazione terrestre. Per tutti gli altri strumenti più piccoli, con minore sensibilità, la misura più forte intercettabile è il sole, il quale era nei suoi massimi periodi di attività attorno al 1998-1999.
E' uno strumento molto importante per lo studio dei pulsar, ossia stelle di neutroni che ruotano attorno al proprio asse in modo molto veloce. Attraverso un radiotelescopio non ci dobbiamo aspettare un'immagine, almeno non subito.

Quando si punta il radiotelescopio verso una sorgente infatti, ad esempio il Sole, lo strumento misura la potenza incidente per quella lunghezza d’onda. È come se in quell’istante avessi una immagine formata da un unico punto luminoso. Per avere un altro punto, devo spostare un po’ l’antenna e compiere di nuovo la misura. Spostando l’antenna ripetutamente posso formare un'immagine radio della sorgente che mi interessa ma al contrario del telescopio, non ho un'immagine subito, devo costruirla puntando ogni volta l’antenna. Attorno al radiotelescopio si stanno sviluppando vari progetti, tra cui l'ampliamento delle basi a disposizione di questi apparecchi e l'implementazione di migliorie.
Insomma, un mondo particolarmente nuovo in campo scientifico ma la cui evoluzione potrà, probabilmente, cambiare in meglio le sorti future delle scienza, aiutando in progetti che prima sarebbero stati impensabili.

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