Mi passi il fungo? Devo fare quattro calcoli!

di Luigi Zia, 16 anni, Roma - Giornalisti nell'Erba

Redazione ANSA

''Mamma! Mamma! Ti prego, non spegnere il BI-FI!''. Nessun errore, è tutto vero: fra qualche decennio infatti non penseremo più che questa frase sia stata gridata da un bambino con evidenti carenze nell’ambito della terminologia informatica.
Il BI-FI infatti è un’invenzione 'vecchia' (si parla di un anno), ma ancora poco conosciuta.

A metterla a punto sono stati quei pazzi, o meglio quei geni, dell’università di Stanford in California, in collaborazione con la University of Pennsylvania ... per farla breve, come dice la nonna, i soliti americani (statunitensi)…(ma del resto sono loro che investono nella ricerca).
Questi signori però si sono spinti ancora più avanti: erano stufi delle chiavette usb, troppo ingombranti e a volte antiestetiche, hanno perciò anche inventato un modo per immagazzinare dati all’interno del DNA.

Scherzi a parte sembra davvero iniziata una nuova era: quella dei biocomputer: Word sottolinea subito il termine come fosse errato, ma nel giro di qualche anno potrebbe non essere più così: una volta inventati i transistor biologici, ovvero i transcriptor, l’alba dei computer 'viventi' potrebbe essere molto vicina. È di quest’anno infatti la divulgazione di una notizia davvero epocale: sempre a Stanford sono stati progettati i sopracitati transcriptor, che in futuro potrebbero essere alla base dei processori biologici.

Nulla di più semplice, si tratta solo di insegnare ad una cellula l’algebra Booleana: semplice si fa per dire, perchè a volte non si riesce a insegnare la matematica neanche a organismi con miliardi di cellule come noi ragazzi.
Questo tipo di algebra, inventata dal logico-matematico George Boole del Queen’s college di Cork sta alla base dei computer di oggi, perchè ripresa dai circuiti integrati che fanno funzionare i nostri cari smartphone e computer.

Ma andiamo nel dettaglio: oggi il circuito integrato si basa su un flusso di corrente che può essere deviato o amplificato da un transistor. In futuro il flusso di corrente potrà essere sostituito da un segmento di DNA su cui scorre un enzima (uno dei tanti “strumenti” di una cellula) ovvero l’RNA polimerasi.
Senza addentrarsi in particolari troppo nozionistici, la funzione del transistor potrebbe essere svolta dal Transcriptor: ovvero un altro enzima chiamato integrasi che, modificato a dovere, svolge le stesse funzione dei transistor.

Jerome Bonnet, il coordinatore del progetto, ha commentato così l’invenzione: “Siamo stati attenti a selezionare enzimi che funzionano in batteri, funghi, piante e animali, in modo che i bio-computer possano essere costruiti all’interno di una varietà di organismi”. Non ci stupiremo infatti se, fra qualche decennio, al posto di “passami la calcolatrice”, durante i compiti in classe si sentirà “passami il batterio”. Le implicazioni pratiche di questa sensazionale scoperta sono moltissime: dal poter diagnosticare meglio gli errori di funzionamento di una cellula che sono alla base delle malattie, e poterli quindi correggere, fino a mandare in pensione l’ormai datato silicio, così da costruire circuiti più ecologici.

Dopo aver solo accennato questi argomenti, è più che doveroso porsi una domanda molto banale: perché queste scoperte non accadono in Italia? O meglio solo in rari casi? La risposta è semplice e alla vista di tutti: lo stato italiano non investe nella ricerca. Si sta creando uno spread culturale fra noi e gli altri Paesi nell’ambito della ricerca: In Germania i fondi statali alla ricerca sono aumentati del 15% dal 2009, mentre in Italia, nello stesso arco di tempo, sono diminuiti quasi del 20%: stiamo semplicemente smantellando pezzo dopo pezzo le nostre università. Basterà anche conoscere un altro fatto: negli Usa. circa il 60% dei fondi per la ricerca sono pagati dallo Stato, e lo afferma il settimanale britannico The Economist.

Con questo non si deve in alcun modo pensare che tutto in Italia va male, (perché non è così, anzi, questo sarebbe un atteggiamento infantile), ma che invece si potrebbe iniziare ad essere più lungimiranti, trascurando il tornaconto privato. In ogni caso la scienza, ma soprattutto la ricerca, non finisce mai di stupire: la parola chiave è innovazione, si spera che fra qualche anno usciranno articoli simili a questo, che parleranno anch’essi di innovazione. Questa è l’unica strada per progredire.

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