Il cervello gioca in difesa

Storie di cellule che pensano

Redazione ANSA
'Il cervello gioca in difesa. Storie di cellule che pensano', di Gianvito Martino (Mondadori Università, 207 pagine, 15,00 euro)  © Ansa

Un percorso alla scoperta del poco conosciuto legame tra la sede del nostro 'Io' e la sofistica fortezza difensiva che protegge il nostro corpo. In 'Il cervello gioca in difesa. Storie di cellule che pensano' (Mondadori Università, 207 pagine, 15,00 euro) il neuroscienziato Gianvito Martino ci guida in un viaggio 'omerico' a partire dalle basi molecolari delle difese immunitarie fino ai legami che esistono con il nostro cervello.

Flessibile, sofisticato e sempre pronto a lottare con i nemici, esterni ed interni: il sistema immunitario è una 'quasi' perfetta macchina di difesa e di attacco, “versatile al punto da scegliere – spiega l'autore nell'introduzione – la strategia in base all’obiettivo che vuole raggiungere, a seconda del problema che deve fronteggiare e in relazione al contesto in cui si trova. Più che a una fortezza, potremmo paragonarlo a un tennista che deve scegliere il colpo giusto per conquistare il punto nello scambio”.

Partendo dai fondamentali meccanismi molecolari che guidano le nostre difese a riconoscere e attaccare il nemico, l'autore prosegue nell'analizzare gli effetti cerebrali dello stress ambientale fino alle nuove ricerche nell’ambito dell’epigenetica e del 'nuovo mondo' della psiconeuroimmunologia.
“Lo scopo ultimo – prosegue Martino – è stimolare nuovi quesiti piuttosto che dare rassicuranti risposte, con la speranza di coinvolgere quanti più lettori possibili nell’enigma dell’immunologia e, in particolar modo, della neuroimmunologia, cioè di quella scienza che studia le interazioni tra sistema immunitario e cervello.

Il lettore potrà cogliere come il concetto d’identità (biologica) viva, ancora una volta, una profonda crisi d’identità. In questo scenario mutante, la (neuro)immunologia ridisegna i confini interni ed esterni a noi e agli altri – il concetto immunologico di 'self' e 'non-self' –, crea delle 'nuove identità' con il trapianto di organi, definisce il concetto di memoria e di adattabilità, modula la plasticità cerebrale in base alle esperienze che viviamo fin dai primi giorni della nostra vita, e, infine, ci permette di ereditare e fare nostre anche le esperienze vissute dai nostri genitori, utilizzando meccanismi (epigenetici) che vanno oltre la genetica”.

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