Al Bambino Gesù pronti per un'altra separazione di siamesi

L'intervento è previsto per la fine di novembre, le piccole hanno solo due mesi e mezzo

Redazione ANSA

ROMA - Emoziona e fa venire le lacrime la vicenda delle gemelline siamesi algerine separate dai medici del Bambino Gesù di Roma grazie a un complesso intervento durato dieci ore e in cui è stata coinvolta un'equipe di 40 persone. Ora gli specialisti hanno davanti una sfida ancor più complicata, staccare due sorelline del Burundi legate in un unico corpo a 180 gradi, nel punto basso della schiena, midollo spinale, gambe, vescica, retto. E possiedono un ano unico, il che complica maggiormente il lavoro dei chirurghi che dovranno crearne due per evitare che una delle bambine si ritrovi un'aspettativa di vita particolarmente difficile, presumibilmente ancora più complicata dalle condizioni del Paese africano dove tornerà a vivere.

L'intervento è previsto per la fine di novembre, le piccole hanno solo due mesi e mezzo. La loro mamma sta imparando l'italiano, per capire meglio quello che succede intorno a lei e alle sue bambine. Tuttavia i medici non vogliono che attraverso le notizie del buon esito dell'intervento sulle bambine algerine, passi un messaggio che non si sentono di far proprio: "Non vogliamo che si pensi che tutto si può fare, perchè la realtà clinica non è così", spiega Pietro Bagolan, il chirurgo responsabile dell'Unità operativa complessa di chirurgia neonatale del Bambino Gesù che ha fatto parte dell'equipe di medici che ha separato le sorelline.

"Non sempre è possibile intervenire - afferma - a volte alcuni gemelli sono fusi in modo tale che se venissero separati, morirebbero. Le prospettive sono molteplici, i casi sono diversi". Bagolan poi torna a parlare di Rayenne e Djihene, che a poco più di un mese dall'intervento finalmente possono stare in braccio a mamma e papà separatamente: "Il decorso delle gemelline è favorevole e privo di sorprese, non facile ma ora sono in degenza normale". E ci tiene a sottolineare che in un caso del genere lo screening prenatale avrebbe potuto aiutare, così come avviene in Europa, negli Usa e in tanti altri Paesi, semmai interrompendo la gravidanza, "ma ci sono ancora molti Paesi dove è complicato rispettare e seguire i tempi dello screening". Poi racconta brevemente l'avvicendarsi dei medici intorno alle piccole in sala operatoria: "Ognuno è stato chiamato e ha fatto quello che sapeva fare meglio, le cose sono state organizzate così per lavorare al meglio".

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