Giacalone, cronista in feudo della mafia

Raffica querele da familiari boss e pizzini,'fai puzza di morto'

Redazione ANSA PALERMO

(di Lara Sirignano) (ANSA) - PALERMO, 24 APR - Giornalista da 30 anni nella terra dell'ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Rino Giacalone ha 56 anni e da sempre fa il cronista. A La Sicilia fino al 2011, poi per una serie di periodici locali, infine per il Fatto e la Stampa. Separato, due figlie e una pioggia di querele firmate da parenti di boss come la sorella e il cognato del padrino di Castelvetrano, nel 2016 ricevette un bigliettino che non lasciava spazio a dubbi: "fai puzza di morto, non hai capito un c... Smettila di scrivere", le parole di un mittente sempre rimasto ignoto.
    Giacalone, però di smettere non ha alcuna intenzione. E continua a raccontare processi e fatti di cronaca della sua terra. Con una particolare attenzione a Cosa nostra, alla massoneria deviata e alle sue infiltrazioni nella politica e nell'economia.
    Ampi stralci delle sue inchieste sono state riportate nel provvedimento di scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Castelvetrano, paese di Messina Denaro, nel 2017.
    Giacalone ha cominciato come giornalista tv a Tele Scirocco, una emittente locale. Poi l'approdo a La Sicilia. "Nel 2011 decisi di dimettermi - racconta - perché erano subentrate divergenze nella visione della professione con i colleghi". Da allora il giornalismo è diventato la sua seconda professione perché è tornato al suo impiego antico all'Istituto Autonomo Case Popolari. "Ma non ho mai smesso di scrivere", dice precisando con ironia di non essere "un professore di mafia ma un giornalista che racconta quel che vede".
    Dal 2016 per il mensile Esse ha fatto una serie di approfondimenti su mafia e massoneria. E dalle pagine dei social ha cominciato a raccontare le storie di una città inventata "Gommopoli" che tanto ricorda la sua Trapani. I nomi dei protagonisti sono inventati, ma chi conosce la realtà riconosce uomini e cose senza difficoltà. "Ho sempre scritto tutto quel che ho saputo sia direttamente, grazie ai miei contatti, che basandomi sul lavoro dei magistrati", dice. Spesso attirandosi ire. Patrizia Messina Denaro, la sorella del boss e Rosario Allegra, il cognato, l'hanno querelato per diffamazione. Idem moglie e figlie del capomafia Mariano Agate che Giacalone, prendendo in prestito le parole di Mauro Rostagno, giornalista e sociologo ucciso dalla mafia, definì "un gran pezzo di m...".
    Parole per cui il pm ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. Assolto in tribunale, la Cassazione ha annullato il verdetto: sulla vicenda pende un nuovo processo.
    Giacalone non ha mai avuto la scorta. Dopo aver denunciato le intimidazioni gli è stata assegnata una vigilanza dinamica. "Sia l'Assostampa che l'Ordine mi sono stati vicini - dice - Quel che mi è sempre mancato, in realtà, è la solidarietà dei colleghi trapanesi. Qui la realtà dei cronisti è un po' particolare: io sono l'unico che va in procura e mantiene rapporti coi pm.
    Perché in genere si parla solo con i difensori degli imputati".
    (ANSA).
   

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