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Imprese, lo stato sblocchi il riciclo dei nuovi materiali

Appello ai politici, recepire direttiva Ue su economia circolare

Redazione ANSA ROMA

ROMA - Le aziende italiane che riciclano i rifiuti chiedono a governo e parlamento una norma urgente che permetta il riciclo di tutta una serie di nuovi materiali, oggi impossibile per la mancanza di norme. Si chiede in pratica di recepire subito la Direttiva europea sull'economia circolare dell'anno scorso, che consente alle Regioni (in mancanza di una normativa nazionale) di autorizzare caso per caso le attività.

La richiesta di una norma urgente è stata avanzata stamani in una conferenza stampa a Roma tenuta da tutte le associazioni di categoria e consorzi di riciclo, da Confindustria e dal Circular Economy Network.

Il mancato riciclo di questi nuovi materiali (dagli pneumatici usati per le piste da atletica al vetro di telefonini e tv, dagli oli vegetali esausti per il biodiesel ai rifiuti da spazzamento stradale) fa perdere all'economia italiana 2 miliardi di euro all'anno, e favorisce le infiltrazioni della mafia nella filiera.

I problemi per il riciclo in Italia sono nati nel febbraio dell'anno scorso: una sentenza del Consiglio di Stato (la 1229 del 28 febbraio) ha stabilito che le Regioni non potevano autorizzare le attività di trattamento dei rifiuti sul loro territorio, in mancanza di una normativa nazionale specifica. La sentenza ha annullato tutte le autorizzazioni per le attività di riciclo più recenti e innovative, paralizzando parte del settore.

Il ministero dell'Ambiente è corso ai ripari emanando due decreti cosiddetti "end of waste" per regolare il riciclo di due materiali: il conglomerato bituminoso e i pannolini. Ma la procedura per questi regolamenti è estremamente lunga e farraginosa: i decreti per altri 16 materiali sono in itinere da anni, e non si sa quando vedranno la luce.

Per aggirare il problema (e sbloccare il settore), il governo ha disposto nel decreto Sblocca Cantieri di giugno che le Regioni possono autorizzare il riciclo dei materiali previsti in un decreto del 1998. Il problema è che quella norma è vecchia, e non comprende tutta una serie di materiali il cui recupero è stato introdotto negli ultimi anni. Di conseguenza, il riciclo di questi materiali non può essere autorizzato. I rifiuti devono andare in discarica o essere mandati all'estero. Oltre alla perdita di risorse, aumentano i costi di smaltimento, e questo favorisce le società legate alla mafia, che fanno "sparire" i rifiuti a costi minori.

Fino all'anno scorso, ha detto Andrea Bianchi di Confindustria, "il nostro Paese ha rappresentato un'eccellenza nel riciclo. Poi la sentenza del Consiglio di Stato ha paralizzato tutto. Il sovra-costo sulla tassa rifiuti oppure sul rincaro dei prodotti si aggira attorno ai 2 miliardi euro in più all'anno".

Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, "la normativa nazionale sui rifiuti non funziona, è troppo complicata. Servono 6 anni per un solo decreto "end of waste". E' necessario affidare alle Regioni le autorizzazioni caso per caso. La Direttiva comunitaria sull'economia circolare ha inserito criteri precisi attraverso i quali gli enti locali possono rilasciare le autorizzazioni".

Per Andrea Fluttero, presidente di Fise-Unicircular, la sentenza del Consiglio di Stato e lo Sblocca cantieri rischiano di far "chiudere centinaia di aziende, con evidenti danni economici, occupazionali ed ambientali. Impianti di riciclo chiusi vuol dire più rifiuti in discariche ed inceneritori. La soluzione, che il Governo si rifiuta ostinatamente di attuare, è la reintroduzione delle autorizzazioni "caso per caso", sulla base di precise condizioni e di criteri uguali per tutta l'Europa, affidate alle Regioni".

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