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Major e rinnovabili

Eni “sponsor member” di SolarPower Europe


Quotidiano Energia - Secondo le stime più autorevoli, gli idrocarburi continueranno a dominare la scena energetica anche nei prossimi decenni. Ma non per questo i colossi del settore Oil&Gas sembrano intenzionati a lasciarsi sfuggire le occasioni offerte dalla transizione, sia per non restare spiazzati nel caso di uno sviluppo delle rinnovabili più rapido del previsto e sia perché le fonti alternative promettono comunque interessanti ritorni. E non solo in termini di immagine.

L’attenzione delle major per le Fer, in realtà, non è nuova. Già nel 1996, BP – guidata dal visionario John Browne - uscì dalle lobby industriali che si opponevano al Protocollo di Kyoto e nel 1999 acquistò la società fotovoltaica Solarex, varando un piano di investimenti che portò la compagnia britannica ad essere uno dei maggiori operatori internazionali del solare e dell’eolico. Tanto che nel 2000 furono trasformati il logo e lo stesso acronimo: non più “British Petroleum” ma “Beyond Petroleum”.

BP fu poco dopo imitata da Shell, che intraprese però un percorso piuttosto tortuoso: ingresso nel FV nel 2002 con l’acquisizione di Siemens Solar, cessione di quest’ultima nel 2008, investimento lo stesso anno per lo sviluppo del solare attraverso la controllata giapponese Showa Shell, anch’essa ceduta nel 2015.

Sull’atteggiamento ondivago di Shell pesava soprattutto la concorrenza cinese, che costrinse anche BP – peraltro schiacciata dal disastro della Deepwater Horizon – ad abbandonare il solare nel 2011 (e l’eolico nel 2013). Strategie opposte a quelle di Total, che proprio nel 2011 debuttò invece nel FV con l’acquisto del produttore di celle statunitense SunPower.

Ma la vera svolta è arrivata tra il 2016 e il 2017, quando la major francese è entrata nell’efficienza e negli accumuli acquisendo Saft e creato la filiale Total Solar per lo sviluppo di parchi FV, nell’ambito della nuova divisione Gas Renewables & Power. Nello stesso periodo, anche Shell ha dato vita alla divisione New Energies, concentrandosi prima sull’eolico offshore e quindi sul solare con l’ingresso nella statunitense Silicon Ranch. Contemporaneamente, BP ha ricominciato a investire nell’eolico ed è divenuta da pochi giorni l’azionista di controllo dello sviluppatore FV britannico Lightsource.

Nelle Fer, insomma, il focus delle compagnie petrolifere si è gradualmente spostato dalla produzione di celle e moduli FV allo sviluppo di impianti eolici e solari, settore in cui le major possono sfruttare le loro competenze ingegneristiche (si pensi alla partecipazione di Shell il mese scorso all’asta eolica offshore olandese senza incentivi).

Un’evoluzione del tutto simile ha riguardato la nostra Eni, che può vantare una serie di primati: avvio del pioneristico stabilimento produttivo di celle FV di Nettuno nel lontano 1982, lancio nel 2007 di un programma di ricerca e sviluppo per le Fer in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology (Mit) e creazione già nel 2015 della direzione per le rinnovabili Energy Solutions. Nel 2016 il Cane a sei zampe ha poi varato una strategia per lo sviluppo al 2022 di impianti Fer per oltre 460 MW (soprattutto FV) in Italia e all’estero e l’anno scorso (unica major assieme a Total) è entrata in SolarPower Europe, guadagnando un consigliere (il vice-presidente di Eni Energy Solutions Patrick Monino) e divenendo nei giorni scorsi uno degli otto “sponsor member” dell’associazione.

L’Eni, evidentemente, crede nel solare. E intende dire la sua.

 

 

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