Responsabilità Editoriale Gruppo Italia Energia

Il paradosso normativo dell'economia circolare

Continua lo speciale di e7 con l'ENEA

e7, il settimanale di Quotidiano Energia - Propensione all’innovazione, attenzione all’ambiente e volontà di mettersi in gioco. Sono questi gli ingredienti indispensabili al Sistema Paese - dal cittadino all’azienda passando per il decisore politico - per spingere la transizione verso un’economia circolare. L’abbiamo visto nel primo speciale sulla circular economy, dedicato alla criticità di approvvigionamento delle materie prime, e in quello seguente, che ha mostrato quali requisiti professionali si vadano delineando in questo nuovo mercato.

Lo vediamo anche ora, con le difficoltà che possono sorgere dall’applicazione delle normative vigenti a livello europeo. Il problema che molte aziende incontrano scaturisce dal dover rispettare il regolamento REACH sull’uso delle sostanze chimiche e il regolamento sull’uso efficiente delle risorse. “Il REACH si applica a tutto ciò che non è rifiuto, i sottoprodotti e le materie prime seconde ad esempio. L’Europa spinge sulla raccolta dei rifiuti senza tenere conto della presenza di sostanze nocive”, ci spiega Francesca Carfì della Divisione Uso efficiente delle risorse e chiusura dei cicli presso l’ENEA. Questo perché, da un lato, si pensa ancora che “il rifiuto vada in discarica e non faccia parte di un processo produttivo circolare”. E, dall’altro, perché non si vuole rischiare di disincentivare il recupero con ulteriori affastellamenti burocratici. Un esempio? “Il PVC che viene oggi recuperato contiene ftalati, sostanze inserite nell’Allegato XIV del REACH che devono essere eliminate dal mercato europeo. Chi recupera PVC per utilizzarlo come materia prima seconda deve accollarsi oneri finanziari importanti per ottenere l’autorizzazione REACH”.

Come descritto da Francesca Carfì, le istituzioni coinvolte nell’attuazione del Regolamento REACH hanno da tempo portato il problema all’attenzione della Comunità europea, anche su spinta delle associazioni industriali e delle amministrazione pubbliche che hanno tra gli obiettivi prioritari quello di ridurre le barriere normative al recupero di materiali e individuare metodi di incentivazione all’ottimizzazione del ciclo dei rifiuti.

Ma facciamo un passo indietro. La normativa REACH, entrata in vigore nel 2007, disciplina la produzione, l’importazione e l’utilizzo di sostanze chimiche nello spazio economico europeo. Oltre a uniformare i criteri in vigore tra i paesi “ha rappresentato un cambiamento profondo nel modo di gestire queste sostanze, attribuendo maggiore responsabilità alle imprese: ora devono dimostrare che la produzione e l’utilizzo delle sostanze chimiche è sicura”, precisa la Carfì.

Una scelta che vuole scoraggiarne l’adozione e incentivare la ricerca di un’alternativa, ma che risulta essere un compito “economicamente oneroso, soprattutto per quelle realtà medio-piccole che sono l’ossatura del sistema produttivo nazionale”, prosegue l’esperta. Le aziende “stanno cercando di sopravvivere” e si mostrano occupate “a restringere il campo delle sostanze adoperate per limitare i costi: come i produttori di coloranti che hanno nel loro portafoglio dalle 50 alle 100 sostanze”.

Affinchè la normativa venga rispettata l’ECHA offre annualmente delle linee guida, i REACH-EN-FORCE-REF, destinate agli ispettori nazionali che devono controllare a campione le aziende. In Italia le ispezioni vengono effettuate dalle Regioni e ci sono state numerose sanzioni, principalmente per non conformità delle schede di sicurezza e per lo stato di registrazione.

I risultati e i benefici a livello sociale e ambientale ottenuti con il rispetto di questa normativa sono misurabili, ad esempio, nella rimozione degli ftalati dai giocattoli, del Piombo e del Nichel dai gioielli. Resta affannoso il movimento di quelle aziende che si districano tra le direttive esistenti, perché, commenta la Carfì, “paghiamo un po’ lo scotto di avere questa normativa, il resto del mondo non ce l’ha”.

In questo modo si punta a individuare le migliori misure per il trattamento delle sostanze chimiche, soprattutto delle sostanze pericolose, anche se non sono ancora state individuate tutte quelle esistenti: Gli stati membri stanno indagando sulla pericolosità di alcune sostanze e ne hanno limitato l’uso in prodotti a rischio, come pneumatici o giocattoli. Quelle estremamente preoccupanti - sostanze cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione, sostanze persistenti e bioaccumulabili o che vanno ad incidere sul sistema endocrino - vengono via via inserite nell’Allegato XIV e per usarle occorre presentare una domanda di autorizzazione all’uso molto costosa.

Come funziona

I produttori e gli importatori che in uno anno immettono in Europa più di una tonnellata di sostanze chimiche hanno l’obbligo di ricavare informazioni su usi, tossicità e pericolo ambientale. I dati raccolti in un fascicolo devono essere inviati telematicamente tramite il portale REACH-IT all’Agenzia europea per le sostanze chimiche-ECHA. Per chi supera le 10 ton c’è, inoltre, l’obbligo di produrre un rapporto sulla sicurezza chimica, dimostrando che l’esposizione di lavoratori, consumatori e ambiente dovuta all’uso di tali sostanze è al di sotto della soglia di pericolo. Gli impieghi per i quali non è possibile dimostrare la sicurezza devono essere controindicati. Qui entra in gioco il fattore collaborazione per ridurre al massimo la necessità di test sugli animali: produttori e importatori della stessa sostanza chimica devono fare una trasmissione congiunta del fascicolo all’ECHA. In questo modo solo un’azienda, detta “dichiarante capofila”, condurrà i test e invierà il fascicolo completo con i dati mentre le altre, solitamente di minori dimensioni, si appoggeranno sul test condotto e pagheranno solo una quota per la condivisione dei dati, sotto forma di una lettera d’accesso.