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Se Madrid e Barcellona divorziano

Energia tra i legami cardine: catalani in deficit

Quotidiano energia - Come per la Brexit, l'unica certezza dell'ipotetica indipendenza della Catalogna dalla Spagna è l'incertezza.

All'indomani del referendum - favorevoli al divorzio il 90% dei 2,2 milioni dei votanti, il 42% dei 5,3 mln che ne avevano diritto - lo scenario di secessione ha fatto salire il rischio Paese e il tasso dei bonos ha segnato un rialzo di 8 punti, con il differenziale con il bund cresciuto a 120 punti base.

E mentre il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, annuncia l'avvio delle procedure per l'indipendenza, iniziano a serpeggiare dubbi e timori. Dal punto di vista economico, infatti, la frattura tra Barcellona e Madrid porterebbe perdite a entrambe le parti. La Catalogna si troverebbe isolata dall'Unione europea, di cui, dopo lunghe e incerte trattative, potrebbe aspirare a divenire un membro minore (con 7,5 mln di abitanti sarebbe alla pari con la Bulgaria e inferiore a Paesi come Grecia e Portogallo). Inoltre, le multinazionali con sede a Barcellona (da Seat a Nissan fino a Gas Natural Fenosa) potrebbero decidere di abbandonare la regione per trasferirsi in Spagna. Quest'ultima, dal canto suo, verrebbe privata della sua economia più dinamica: con il 16% della popolazione, la Catalogna contribuisce al 19% del Pil spagnolo e il reddito pro capite è di 27.663 euro contro i 24.100 € della media nazionale. Il Pil del Paese scenderebbe di colpo da 1.118 a 906 mld € (il medesimo del 2005, Catalogna inclusa). Anche a livello Ue la posizione della Spagna si indebolirebbe a causa della riduzione di popolazione da 46,4 a circa 39 mln di abitanti (poco più della Polonia).

Dal punto di vista delle infrastrutture, poi, la Spagna perderebbe il porto di Barcellona (il maggiore della Penisola Iberica) con relativo terminale Gnl. E a proposito di energia, finirebbero tra l'altro oltreconfine le centrali nucleari di Ascó e Vandellós (entrambe partecipate da Endesa), che coprono assieme il 40% della generazione dall'atomo spagnola.

In termini assoluti, la Catalogna è la regione spagnola con la maggiore produzione elettrica, pari nel 2016 a 43.215 GWh, il 16,5% del totale nazionale (dati del Tso Ree).

Ciò nonostante, il distacco energetico della Catalogna dalla Spagna comporterebbe gravi rischi di approvvigionamento, giacché la prima importa dalla seconda tra il 7 e il 15% del suo fabbisogno elettrico. Inoltre, gran parte dei fornitori della regione sono spagnoli (a cominciare da Endesa) e la stessa Gas Natural Fenosa si troverebbe in bilico tra un'anima catalana e una vocazione internazionale.

Anche sul fronte petrolifero (48,4% dei consumi finali catalani, contro il 27,2% dell'elettricità e il 20,8% del gas), l'ipotetico nuovo Stato sarebbe in buona parte dipendente da Madrid per il soddisfacimento della domanda, nel 2016 (dati della locale UP Aop) pari a 0,7 mln ton di benzina e 4,2 mln ton di gasolio (totale spagnolo 4,7 e 28,2 mln ton rispettivamente). La logistica è infatti in mano a Clh (depositi di Barcellona, Gerona, Lérida e Tarragona), mentre Repsol e Cepsa posseggono l'unica raffinaria catalana (a Tarragona) e controllano le principali reti di distribuzione carburanti.

Inutile dire, infine, che in caso di secessione tramonterebbe per sempre l'antico sogno spagnolo di creare un "campione nazionale" dell'energia. Un sogno costellato sinora da innumerevoli fallimenti: dalla scalata della basca Iberdrola da parte di Repsol nel 1999 al tentativo di fusione due anni dopo tra Endesa e la stessa Iberdrola, dalla bocciatura nel 2003 dell'Opa di Gas Natural ancora su Iberdrola all'Opa del 2005 sempre di Gas Natural su Endesa, da cui scaturì l'offerta concorrente della tedesca E.ON e quindi quella vincente della nostra Enel.

In fin dei conti, la nascita degli Stati nazionali - e della stessa Unione europea - si deve proprio all'esigenza di creare una massa critica in grado di rafforzare la competitività internazionale e offrire maggiori possibilità di scelta ai cittadini e di sviluppo alle imprese. Tanto più in un'era di globalizzazione come l'attuale.