Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Per maggiori informazioni o negare il consenso, leggi l'informativa estesa. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.
Cultura

Viaggio nella dislessia e nei suoi tesori

Corredato da appendici e da manifesto dei diritti del dislessico

La copertina del libro di Francesca Magni 'Il bambino che disegnava le parole'

Redazione ANSA

(ANSA) - ROMA, 6 OTT - FRANCESCA MAGNI, IL BAMBINO CHE DISEGNAVA LE PAROLE (GIUNTI, 16 EURO, 372 PAGINE) - Ci deve essere voluto molto coraggio. Quello che solo una mamma sa tirare fuori dal fondo delle sue viscere per i suoi cuccioli.
    Quella forza straordinaria che fino al giorno prima non sospettava nemmeno di avere. E invece c'è. Coraggio e forza per mettere a nudo - nero su bianco sulle pagine di un libro - l'anima propria e della propria famiglia che all'improvviso si trova davanti alla dislessia del suo bambino e compie con lui e tramite lui un "viaggio bellissimo" fatto di amore, conoscenza e riscatto. Accade tra le pagine de "Il bambino che disegnava le parole", scritto da una persona che tutto il giorno per mestiere usa le parole, ovvero la giornalista Francesca Magni. Un libro che esce proprio in occasione della Settimana della dislessia (2-8 ottobre).
    Giornalista (per 18 anni a Donna Moderna, ora a CasaFacile), scrittrice, blogger ma soprattutto mamma di Vivi e Teo, bambino intelligente ma con comportamenti "bizzarri" che durante la scuola media gettano la famiglia nel caos. Caos che verrà dipanato e sciolto come neve al sole con la scoperta della dislessia, non una malattia ma una "varietà neurobiologica" che fa funzionare il cervello di Teo (e sicuramente anche quello del suo papà e del nonno materno) in modo diverso ma non meno "performante". E' infatti una cosa "non solo stupida ma anche crudele" - scrive nel libro l'autrice - "considerare la dislessia e tutti gli altri 'dis' che le girano intorno come una menomazione anziché come una differenza. Tu e io non siamo uno più stupido dell'altra, semplicemente funzioniamo in modo diverso". E lo stesso Teo lo spiega in modo disarmante ma ineccepibile alla professoressa di musica che a un certo punto gli chiede cosa vede lui quando legge: "Come faccio a dirglielo, prof, io non so cosa vede lei...". Ma la conquista di questa consapevolezza per la Magni e probabilmente per tante altre famiglie e insegnanti di ragazzi dislessici non è né semplice né subitanea. "E' stata dura. Il peggio è stato affrontare il pregiudizio, il suo e poi quello degli altri. All'inizio diceva 'è come essere cresciuto credendo di essere uomo e scoprire di essere donna'" scrive. Sono tante, infatti, le ansie, il dolore e il senso di pesantezza e sconfitta che all'inizio attanagliano la famiglia di un ragazzino molto intelligente, a tratti geniale, che "stupisce sempre" per la sua "capacità di infilzare la verità" che all'improvviso comincia a prendere brutti voti, a odiare la scuola, a diventare sconfitto e solitario. Non è solo lui a soffrire: questo carico coinvolge anche la madre, che si sente colpevole quando non riesce a comprendere quello che succede al figlio e si sente colpevole di lasciare "ditate sulla sua innocenza", il padre e la sorella Vivi che entra in crisi alla scoperta della dislessia del fratello. Vita quotidiana raccontata in modo asciutto e senza fronzoli.
    Poi all'improvviso, quando sembra imminente il naufragio, la diagnosi, tardiva ma salvifica. Teo è semplicemente dislessico, "disegna le parole", disturbo che fino a oggi è riuscito a compensare grazie alla sua mente vivace. "Mamma, ma ci pensi? Io credevo di essere scemo?".
    Ma questo lavoro autobiografico e perché no, catartico, vuole essere anche d'aiuto agli altri e per questo a corredo la Magni inserisce due appendici che fanno il punto sulle più recenti conquiste scientifiche e pedagogiche a proposito dei disturbi dell'apprendimento e soprattutto un manifesto dei diritti del dislessico (e di ogni studente), scritto con la competenza di chi può mostrare le cicatrici sulla propria pelle (dal diritto di essere capito al diritto di non "fare media", dal diritto di sapersi diverso, non inferiore al diritto di guardare il buco al posto della ciambella). (ANSA).
   

Leggi l'articolo completo su ANSA.it