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Sardegna

Annino Mele, l'ergastolano e il carcere

A Cagliari per ultimo libro, "è società repressivo-poliziesca"

Redazione ANSA

di Stefano Ambu

Carcere sotto accusa. "Annienta". E la condanna arriva da uno che lo conosce molto bene: Annino Mele, ergastolo per omicidio e sequestri di persona, ora in libertà condizionale, è stato in prigione per 31 anni. Ora, a 67 anni, lo scrive nei libri e lo ribadisce negli incontri pubblici: "Bisogna trovare altre soluzioni". E non è una ribellione di chi dopo tre decenni non ne poteva più: rispetto all'uomo con i baffoni catturato nel 1987 dopo una lunga latitanza, Annino oggi è un'altra persona.

Consapevole anche degli errori del passato: "So che cosa è l'isolamento. E la privazione della libertà. Anche io ho contribuito a negarla ad altre persone". La sua perdita della libertà risale, racconta all'ANSA, a quando aveva quattro anni. Allora non era detenzione, ma una situazione difficile, una brusca uscita dall'infanzia. Il riferimento è alle delicate e sanguinose vicende di faida nella sua Mamoiada, a pochi chilometri da Nuoro. "La libertà l'ho riconquistata più tardi - precisa - anche quando sono andato in carcere. È stata una crescita della libertà interiore, una maturazione dentro di me cresciuta soprattutto per dare delle indicazioni a mio figlio".

Un passaggio fondamentale è stato anche l'appello, dopo la cattura dell'87, per la liberazione di un ostaggio. "Non è stata una svolta - chiarisce - ma un momento importante: mi sembrava giusto farlo, non volevo che fosse fatto del male a una persona". Da allora sono passati tanti anni di carcere, i primi permessi, l'affidamento a una comunità nel nord Italia. "Dal negativo - sintetizza lui riflettendo sulla condizione generale delle carceri - si può costruire anche del positivo, ma bisogna cambiare qualcosa". E continua: "Il problema è abbastanza serio. Da poco ho sentito un politico che ha detto che, una volta al Governo, avrebbe buttato le chiavi per i reati di sangue. Si tratta di tragedie che riguardano anche i familiari. Si ricorre ancora una volta a forme di allarmismo.

Non ci rendiamo conto che stiamo diventando una società repressivo-poliziesca. Parallelamente anche la nostra società sta diventando sempre più violenta. Dobbiamo trovare il modo di cambiare, di migliorare. Perché il carcere non è la soluzione. In altri Paesi europei i penitenziari vengono distrutti, non ne vengono costruiti di nuovi". Il carcere è una ferita della società, riassume nel suo ultimo libro "Il male dell'ergastolano. Ovvero il tarlo della morte" (Edizioni Sensibili alle Foglie).

"Quando sono uscito il primo giorno dal carcere, ero accompagnato da una persona, ed è stata una fortuna - dice ripescando dal suo recente passato - Non camminavo bene, troppo spazio, mi paragonavo a un bambino che cominciava a muovere i primi passi. Mi ricordo la difficoltà nella scala mobile. Tutto era complicato: una telefonata, la metropolitana. Dopo 31 anni dietro le sbarre cambia tutto. E ci si trova spaesati. C'è stato anche chi non è riuscito a muoversi dal piazzale del carcere. E si è infilato nel bar di fronte e lì è rimasto per ore". E ancora. "Il carcere è un luogo di annientamento - questo il verdetto di Annino Mele - Anche per i giovani. Si esce peggiorati. È un sistema che può essere superato".

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